Opere selezionate

Opere selezionate

Roxan@ - Poesie in volo, raccolta dal 1995 al 2000

Utopia - Racconti e parole in libertà, antologia dal 1995 al 2000

Testi teatrali e fiabe: Prendete i bambini - L'Altro mondo possibile – Gli occhi di Frugolina

Anno 1993 - Lettura interpretativa tratta dal testo teatrale “Il Gioco” in occasione del concorso “Donne sull'orlo” a cura della Scuola Regionale di Teatro del Veneto.
Anno 1994 - Rappresentazione a Padova del testo “Prendete i bambini” nell'ambito della rassegna teatrale “Donne sull'orlo”.
Anno 1996 - Menzione speciale per la fiaba “Gli occhi di Frugolina” Concorso Europeo Omero al Salone del Libro di Torino.



martedì 1 aprile 2014

Mamma

Ti ho sognata questa notte
Non ricordo in quale scena.
È un invito una carezza
O un buffetto sulla guancia?
Dubito d’aver dormito insieme a te
Stupore risvegliarmi,
Il tuo pensiero accanto.
Taciturna tu dirmi chissà che,
Vorrai.
Nessun numero bizzarro da giocare.
Per capire,
Ho bisogno ancora
Di sognarti.

sabato 1 marzo 2014

La collana

Ogni alba è una perla.
Sono rari i mattini.
Fanne un filo e indossale.
Son perle di mare, non di fiume.
Se rotolano a terra puoi raccoglierle.
Ma riposte in uno scrigno, muoiono.
Per fermaglio la tua anima d'argento.
Stille di cuore per rubini.
La collana di perle è mia madre.
Te la lascio in eredità.

sabato 1 febbraio 2014

Roxan@ poesie in volo - Postfazione

L’autrice scrive per non dimenticare.
Poesie che sanno di amore, di rabbia, di lotte ed emozioni; bastarde e randagie per chi esce di tana nel giorno a rosicare libertà alla vita, da condividere in una notte complice di abbraccio col mondo.
Perché nonostante tutto al di là di ogni tempo, luogo e spazio, si ama. 
In volo con o senza rete, compagni di viaggio, nell’utopia.


Tante parole sono state dette, scritte. 
Questo libro raccoglie le mie poesie dal 1995 al 2000, cinque anni vissuti intensamente e così narrati.
È il racconto del mondo degli affetti: i miei figli, la madre, le voci delle donne, i compagni di viaggio; è il diario della fatica del vivere, versi quotidiani, sussurrati o gridati con rabbia e con amore.
Molti dei miei scritti si trovano anche in Rete: vi ho incontrato solitudini, storie, e persone bellissime; essenze disperse ma mai dimenticate, o presenze amiche  alle quali va il mio abbraccio.
Comunicare, le emozioni, la poesia, sono beni inestimabili.  
Abbiamone cura. 

Libertà è guardare negli occhi di un bambino  
e deporre lo scudo del nostro essere adulti.

mercoledì 1 gennaio 2014

Utopia parole in libertà - Prologo

ANTOLOGIA 
DI RACCONTI 
DAL 1995 AL 2000




Alla fine di ogni millennio ci si interroga su catastrofi annunciate, l'inizio di una nuova era, il compimento di un periodo storico.
Pensare a queste cifre da pallottoliere, come in un simmetrico gioco al caleidoscopio, rievoca arcaici significati cabalistici.
Riecheggiano suoni onomatopeici: la cascatella del Palazzeschi sostituita da slogan epocali.
Il gorgoglio della parola pura, chiave di violino, si tramuta nel ritmo ossessivo di note cacofoniche.
L'ermetismo del saggio, maestro di poesia e filosofia, clonato in idiomi futuribili: metropolitano, cibernetico, globale.
La verità di Pasolini. 
Beatificazione del libero pensiero o stupro commemorativo?
La profezia della torre di Babele si avvera nel terzo millennio. 
Il neorealismo seppellito dalle macerie di un muro in rovina.
La sperimentazione linguistica soffocata nelle fosse comuni della massificazione e della omologazione.
Nel fumo del rogo di una biblioteca, Sarajevo, polvere di rosa...
Quale fu il suo nome? Conoscenza, sapere, memoria?
Utopia come Alice, l'ingenua bambina che oltrepassa lo specchio.
Cornice di una realtà che, come stecche di busto, imprigiona la vita.
E noi che viviamo sicuri nelle nostre tiepide case, quale futuro, quale mondo ci aspetta?
La speranza, Araba Fenice che risorge ogni mille anni...
Utopia.

Parole, sottile veleno inoculato 
nelle spire del potere.
Parole, fragili crepe nel muro di Berlino.
Parole, sante e benedette, onde migratorie.
Parole, occultate e mute seppellite
 da un mare di veline.

domenica 1 dicembre 2013

L'uomo che avrei voluto essere



Sono sempre stato restio a raccontare a chicchessia questa storia.
Forse per paura di essere preso per visionario o pazzo, o più inconsciamente perché, ogni volta che riaffiora alla mente, provo un'oscura sensazione d'angoscia, simile a quella che deve aver provato il primo uomo comparso sulla terra, convinto che da un momento all'altro il cielo gli sarebbe piombato sulla testa.
Tutto ebbe inizio un mattino di marzo, quando, sfogliando un giornale a fumetti, mi colpì l'annuncio di un concorso letterario, incentrato su una storia di fantasmi da ambientare in una biblioteca.
Ora, dato che di mestiere faccio il giornalista, e per me scrivere pare sia una dote innata, trovai l'idea alquanto stimolante, e così mi apprestai immediatamente a comporre il mio primo racconto sugli spettri, con una spolveratina, tanto per rimanere in tema, di spirito umoristico, ossia con sano humor nero.
Ironia della sorte volle che, proprio nell'attimo fuggente della suprema ispirazione, suonassero alla porta.
E così, mentre le mie idee si libravano alte nel cielo come palloncini sfuggiti di mano, mi ritrovai con la testa completamente vuota e tra le mani un telegramma.
Telegramma proveniente da Campolungo, ridente paesello, ma perché poi ridente? Avete mai visto un paesello ridere? Dicevamo, ridente paesello, per lo più sconosciuto al mondo dei vivi, luogo d'origine dei miei nonni materni.
Quel nome risvegliò in me antichi ricordi d'infanzia, i viottoli di campagna, il carretto del gelataio, il birroccio del latte, la chiesa, la scuola, mia nonna che faceva la bidella nella scuola del paese...
Ma sì! La scuola! Come avevo fatto a non pensarci prima?
Quella vecchia scuola, coi banchi di legno, il buco per il calamaio, la gigantesca lavagna d'ardesia su cui, mentre la nonna intorno spolverava, mi divertivo a disegnare soli, casette, omini alla Mirò.
La vecchia scuola, dove andare a caccia di tesori: figurine, quaderni sgualciti dalla copertina nera, mozziconi di colori dimenticati da qualche scolaro distratto o “negligente”...
E come dimenticare quel giorno memorabile in cui la nonna, custode di tutte le chiavi come S. Pietro, aprì quell'aula rimasta sempre chiusa, proibita alla mia vista, neanche fosse stata la camera di Barbablu, e ripostiglio segreto di ogni mia fantasia infantile.
Ricordo ancora quegli alti scaffali, carichi di libri polverosi. Io, ginocchioni sulla panca di legno, per arrivare alla massiccia scrivania col ripiano verde.
Quante ore trascorsi in quel luogo, avvolto nei miei sogni di bambino da un'aura di mistero, sfogliando vecchie pagine ingiallite da un tempo che, allora, mi pareva eterno.
La biblioteca della vecchia scuola! Quale ambientazione migliore per la mia storia?
Dovevo assolutamente recarmi in quei posti, ricreare l'atmosfera di allora, tornare in quel luogo ancor pregno di sensazioni, impressioni, fantasie, scaturite dalla mente di uno, cento, mille bambini.
Non mi fu difficile riconoscere la vecchia scuola, anche se ormai decrepita, cadente, abbandonata, come una vecchia signora ottuagenaria dal volto rugoso di fitte ragnatele, e con dita adunche, abbarbicata all'edera rampicante.
Il cuore mi batteva forte mentre mi avvicinavo alla porta della biblioteca.
Chissà, se avrei ritrovato ancora l'antica scrivania, quei libri polverosi resi forse ormai illeggibili dall'incuria del tempo, degli uomini...
Uno stato di stupore indescrivibile mi colse, allorché, varcata la soglia, mi si presentò davanti agli occhi l'immagine dei miei ricordi, materializzatisi improvvisamente.
La biblioteca era completamente intatta, come io, bambino, l'avevo lasciata l'ultima volta che vi ero entrato, come se non fossero trascorsi più di trent'anni da allora.
Mi accostai, quasi con un senso di religioso rispetto, alla scrivania, e notai che sopra il ripiano era riposto un quaderno, di quelli di una volta con la copertina nera, aperto.
Sul foglio ingiallito, vergato con una grafia tipicamente infantile, si leggeva:
“Tema: L'uomo che avrei voluto essere”.
Uno strano impulso s'impadronì di me e, come uno scolaro diligente, mi sedetti alla scrivania e iniziai a svolgere il mio compito.
La situazione in cui mi ero venuto a trovare, era quanto di più grottesco mi fosse capitato nella vita, perfettamente conscio dell'assurdità di ciò che stavo facendo, ma contemporaneamente, spinto da un'energia interiore, quasi come se una mano invisibile guidasse le mie parole.
Terminato di scrivere, richiusi con cura il quadernino, e me ne andai, volgendo ancora un'ultima volta lo sguardo alla biblioteca della mia infanzia.
In quegli istanti, un marasma di pensieri sconvolgeva il mio cervello, fino a giungere alla drastica conclusione che mi ero comportato da perfetto imbecille.
Quindi, per ripristinare una minima parvenza di credibilità, decisi di entrare nel bar del paese a bermi un caffè, caffè di cui, oltretutto, sentivo fortemente il bisogno.
Nel locale, il bancone di legno era stato sostituito da un altro in formica e acciaio, anche i tavolini per fare la briscola erano scomparsi, mentre al posto del vecchio flipper si trovavano adesso i videogiochi.
Notai inoltre, che pure i capelli della barista avevano assunto una colorazione diversa rispetto all'originale, definibile tra il violaceo e l'azzurrognolo... Tutte meraviglie della tecnica moderna!
Anche lei comunque parve riconoscermi e, mentre sorseggiavo il mio caffè, mi domandò che cosa mi avesse ricondotto in quel posto, ormai dimenticato da Dio e dagli uomini.
Io, naturalmente, omettendo ogni particolare riguardo la biblioteca, le raccontai di essere tornato per motivi di lavoro, poiché dovevo scrivere un articolo sulla storia della scuola del paese.
Fu così chiacchierando, che lei mi narrò di una tragica vicenda, accaduta circa trent'anni prima, della giovane maestra del paese che, sedotta e abbandonata, si suicidò gettandosi dalla finestra della biblioteca della vecchia scuola. 
Correva voce a quel tempo in paese che, al momento dell'insano gesto, la povera ragazza aspettasse un bambino.
Questa drammatica storia mi turbò profondamente, e un greve senso di malinconia mi accompagnò per tutto il viaggio di ritorno.
Arrivato a casa, dopo una doccia rilassante, mi sedetti alla scrivania, accingendomi a riprendere il mio racconto sui fantasmi.
Mi accorsi solo in quel momento che, preso dalla frenesia dei miei ricordi, non avevo ancora aperto il telegramma.
Diceva:
"Componimento: 10 e lode. La maestra”.

venerdì 1 novembre 2013

Ufficio oggetti smarriti



Quante donne aveva avuto. 
Trapezista su reti sfondate in città diverse.
E quante parole aveva scritto. 
Le dimenticava persino sul tovagliolo del bar.
E quanti chilometri aveva percorso. 
I sedili dei treni sapevano del suo dopobarba.
E quanti nomi aveva scordato. 
A volte li cercava all'ufficio Oggetti Smarriti.
Un giorno uguale agli altri, in cui aveva perduto donna, appunti, orario ferroviario e carta d'identità, si recò come d'abitudine all'ufficio Oggetti Smarriti.
Si stupì di non ritrovare l'anziana impiegata di sempre, figura ormai parentale. 
Come un'antica zia premurosa, lei lo accompagnava al deposito della memoria e, chiacchierando allegramente, lo aiutava a recuperare tutti i suoi ricordi.
Si rivolse alla giovane donna allo sportello:
“Scusi signorina, io dovrei rintracciare varie cose che come al solito, sbadato che sono, ho smarrito”.
Ma la nuova impiegata restava muta, imperturbabile.
“Scusi, dico a lei, mi sente? Avrei urgenza di riavere tutti i miei valori.”
La ragazza sempre zitta e immobile.
“Ma insomma, mi vuole dare ascolto?! Mi aiuta o no a ritrovare la mia roba?!”
La giovane donna gli mostrò un cartello: “Sono sordomuta”.
“Cavolo! Ma proprio a me doveva capitare una così?! E adesso che faccio? Ah sì ecco, e mo’ glielo scrivo!”
Si frugò nelle tasche per cercare una penna, ma ovviamente ritrovò solo l'accendino dato per disperso un mese prima. Purtroppo le penne erano le prime ad andarsene. Che tristezza. Allora gli venne in mente di far finta di scrivere, anche se l'esibizione in estemporanea lo faceva sentire un po’ cretino.
Ma la ragazza rimaneva imperterrita.
A questo punto, preso dal panico, mandò al diavolo tutte le sue inibizioni e si produsse in uno spettacolo di mimo. Patetico.
Coi gesti cominciò a imitare la sua donna, il libro che stava scrivendo, il treno che aveva perso, il momento fatale in cui allacciandosi le scarpe gli era caduto il portafoglio. 
Accaldato, rivoli di sudore nelle rughe, cravatta di traverso, terminò lo show con un sorriso che stampò dritto in faccia alla ragazza.
Lei non mosse un muscolo del viso.
Lui scoppiò a piangere.
Non gli venne porto nemmeno un modulo di reclamo per asciugarsi le lacrime.
Rassegnato e sconfitto dalla burocrazia, voltò per sempre le spalle all'ufficio Oggetti Smarriti.
E da quel giorno si dotò di un promemoria.  

domenica 20 ottobre 2013

Libertà



AIberto guidava.
Finalmente libero, pensava.
Davanti al finestrino scorrevano prati, mucche, fattorie.
Si fermò ad urinare.
Tirò su forte col naso, si aggiustò il cavallo dei pantaloni, accese una sigaretta.
Osservò un nido di formiche che gli ricordarono sbiaditi colleghi d'ufficio.
Una bianca .farfalla dal volo drogato... 
Marzia, chissà addosso a chi smaniava, ora...
Un moscone attirato dall'acre odore del rivolo gli ronzò ai piedi.
Il cielo era a chiazze. 
Da piccolo battezzava le nuvole.
Era cresciuta forte, Celeste. 
Della madre, restò un uomo per mano a una bambina.
Alberto risalì in macchina.
L'aria condizionata gli gelava i pensieri.
Ebbe un irresistibile impulso di gridare.
Le dita abbarbicate al volante, urlò.
Il silenzio della campagna gli inchiodò lo sguardo al vetro.

martedì 15 ottobre 2013

Rosso tramonto



L'uomo nero era solo sulla spiaggia deserta.
Seduto sulla sabbia, pensava.
Ai figli, alla moglie, alla sua Africa tradita e calpestata da migliaia di bianchi.
Alla giornata carica di tappeti, dove ogni goccia di sudore, s'intreccia con le umide orme che solcano la rena.
Un gruppo di ragazzi si avvicinò: 
- Vattene, sporco negro! -
- Torna nella foresta con le scimmie! -
- Corri o muovo la frusta! - 
E l'uomo nero, la testa china, pensava.
Poi si alzò, né giovane né vecchio, alto e robusto come gli schiavi delle sue generazioni.
Pugni chiusi e nervi tesi.
Occhi profondi come un baratro senza ritorno.
I ragazzi indietreggiarono: 
- O negro che vuoi fare? -
- E' pazzo scappiamo! -
- Aiuto c'ammazza! -
Il sole specchiò l'ultimo suo raggio di sera, nell'acciaio della pistola in mano al nero.
Uno sparo e poi...
L'uomo nero cadde sulla sabbia tingendola di rosso tramonto.

giovedì 10 ottobre 2013

Zoo



La bambina se ne stava, muta, ad osservare il gorilla.
Occhi umidi, prigionieri, teneva il gorilla. 
La bambina sgranocchiava popcorn. 
Il gorilla guardava il sacchetto.
Non aveva fame, ne' sete, ne' sonno.
Voleva quel sacchetto color carta zucchero.
Soffiarci dentro e fare bum.
Il gorilla si percosse il petto coi pugni stretti.
La bambina mollò il sacchetto e lo imitò.
Il gorilla rideva. La bambina rideva.
Il gorilla piangeva. La bambina piangeva.
L'urlo del gorilla echeggiò. 
La bambina apri la gabbia.
E rimase nella gabbia attigua a giocare con chicchi di mais.

martedì 1 ottobre 2013

Bambini



- E glielo dobbiamo dire subito o quando sarà grande? -
Era il pensiero martellante nelle teste di Anna e Luca, mentre l'aereo atterrava in Cecenia.
Tra poco sarebbero divenuti rispettivamente madre e padre, grazie all'adozione internazionale, di una bambina russa.
All'istituto l'attesa si fece spasmodica, sapevano soltanto che la bambina aveva sei anni, che era bionda con gli occhi azzurri e orfana di guerra. 
In quel Paese la legge imponeva un mese di permanenza per la reciproca familiarizzazione.
Quando la porta dell'ufficio si aprì, ad entrambi il cuore sobbalzò dall'emozione.
Entrò una suora che teneva per mano due bambine uguali, stesso vestito, occhi e capelli.
Stupiti, rivolsero uno sguardo interrogativo alla religiosa. 
Ella si affrettò a spiegare che si trattava di due gemelle e che loro avrebbero dovuto scegliere quale delle due adottare.
Pochi minuti per decidere il destino di una figlia.
Anna e Luca si fissarono, guardando ancora le gemelline, tornarono a scrutarsi negli occhi e sancirono un tacito patto che li consacrava genitori due volte in un attimo solo.
Dopo due mesi di regolamentare tempo di permanenza, si ritrovarono di nuovo sull'aereo in viaggio di ritorno.
Le bambine dormivano con la testa appoggiata sulle gambe di Anna. 
Luca proteggeva con lo sguardo le sue donne.
All'arrivo c'erano i genitori di Anna ad attenderli.
Le bambine corsero incontro al nonno, abbracciandolo e baciandolo sulle guance. 
Al nonno, rude e solido uomo d'un tempo, si sciolse il cuore. 
Imbarazzato dalla sua stessa commozione, fece per solleticare ai fianchi le sorelline, ma esse si ritrassero d'un tratto intimorite.
Anna allora sollevò alle piccole le magliette, mostrando lividi sparsi intorno le pallide vite.
All'istituto usavano distribuire pizzicotti ai bambini che non stavano buoni.
Una catena di mani a formare una famiglia, e si avviarono verso l'uscita.