Opere selezionate

Opere selezionate

Roxan@ - Poesie in volo, raccolta dal 1995 al 2000

Utopia - Racconti e parole in libertà, antologia dal 1995 al 2000

Testi teatrali e fiabe: Prendete i bambini - L'Altro mondo possibile – Gli occhi di Frugolina

Anno 1993 - Lettura interpretativa tratta dal testo teatrale “Il Gioco” in occasione del concorso “Donne sull'orlo” a cura della Scuola Regionale di Teatro del Veneto.
Anno 1994 - Rappresentazione a Padova del testo “Prendete i bambini” nell'ambito della rassegna teatrale “Donne sull'orlo”.
Anno 1996 - Menzione speciale per la fiaba “Gli occhi di Frugolina” Concorso Europeo Omero al Salone del Libro di Torino.



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mercoledì 1 gennaio 2014

Utopia parole in libertà - Prologo

ANTOLOGIA 
DI RACCONTI 
DAL 1995 AL 2000




Alla fine di ogni millennio ci si interroga su catastrofi annunciate, l'inizio di una nuova era, il compimento di un periodo storico.
Pensare a queste cifre da pallottoliere, come in un simmetrico gioco al caleidoscopio, rievoca arcaici significati cabalistici.
Riecheggiano suoni onomatopeici: la cascatella del Palazzeschi sostituita da slogan epocali.
Il gorgoglio della parola pura, chiave di violino, si tramuta nel ritmo ossessivo di note cacofoniche.
L'ermetismo del saggio, maestro di poesia e filosofia, clonato in idiomi futuribili: metropolitano, cibernetico, globale.
La verità di Pasolini. 
Beatificazione del libero pensiero o stupro commemorativo?
La profezia della torre di Babele si avvera nel terzo millennio. 
Il neorealismo seppellito dalle macerie di un muro in rovina.
La sperimentazione linguistica soffocata nelle fosse comuni della massificazione e della omologazione.
Nel fumo del rogo di una biblioteca, Sarajevo, polvere di rosa...
Quale fu il suo nome? Conoscenza, sapere, memoria?
Utopia come Alice, l'ingenua bambina che oltrepassa lo specchio.
Cornice di una realtà che, come stecche di busto, imprigiona la vita.
E noi che viviamo sicuri nelle nostre tiepide case, quale futuro, quale mondo ci aspetta?
La speranza, Araba Fenice che risorge ogni mille anni...
Utopia.

Parole, sottile veleno inoculato 
nelle spire del potere.
Parole, fragili crepe nel muro di Berlino.
Parole, sante e benedette, onde migratorie.
Parole, occultate e mute seppellite
 da un mare di veline.

domenica 1 dicembre 2013

L'uomo che avrei voluto essere



Sono sempre stato restio a raccontare a chicchessia questa storia.
Forse per paura di essere preso per visionario o pazzo, o più inconsciamente perché, ogni volta che riaffiora alla mente, provo un'oscura sensazione d'angoscia, simile a quella che deve aver provato il primo uomo comparso sulla terra, convinto che da un momento all'altro il cielo gli sarebbe piombato sulla testa.
Tutto ebbe inizio un mattino di marzo, quando, sfogliando un giornale a fumetti, mi colpì l'annuncio di un concorso letterario, incentrato su una storia di fantasmi da ambientare in una biblioteca.
Ora, dato che di mestiere faccio il giornalista, e per me scrivere pare sia una dote innata, trovai l'idea alquanto stimolante, e così mi apprestai immediatamente a comporre il mio primo racconto sugli spettri, con una spolveratina, tanto per rimanere in tema, di spirito umoristico, ossia con sano humor nero.
Ironia della sorte volle che, proprio nell'attimo fuggente della suprema ispirazione, suonassero alla porta.
E così, mentre le mie idee si libravano alte nel cielo come palloncini sfuggiti di mano, mi ritrovai con la testa completamente vuota e tra le mani un telegramma.
Telegramma proveniente da Campolungo, ridente paesello, ma perché poi ridente? Avete mai visto un paesello ridere? Dicevamo, ridente paesello, per lo più sconosciuto al mondo dei vivi, luogo d'origine dei miei nonni materni.
Quel nome risvegliò in me antichi ricordi d'infanzia, i viottoli di campagna, il carretto del gelataio, il birroccio del latte, la chiesa, la scuola, mia nonna che faceva la bidella nella scuola del paese...
Ma sì! La scuola! Come avevo fatto a non pensarci prima?
Quella vecchia scuola, coi banchi di legno, il buco per il calamaio, la gigantesca lavagna d'ardesia su cui, mentre la nonna intorno spolverava, mi divertivo a disegnare soli, casette, omini alla Mirò.
La vecchia scuola, dove andare a caccia di tesori: figurine, quaderni sgualciti dalla copertina nera, mozziconi di colori dimenticati da qualche scolaro distratto o “negligente”...
E come dimenticare quel giorno memorabile in cui la nonna, custode di tutte le chiavi come S. Pietro, aprì quell'aula rimasta sempre chiusa, proibita alla mia vista, neanche fosse stata la camera di Barbablu, e ripostiglio segreto di ogni mia fantasia infantile.
Ricordo ancora quegli alti scaffali, carichi di libri polverosi. Io, ginocchioni sulla panca di legno, per arrivare alla massiccia scrivania col ripiano verde.
Quante ore trascorsi in quel luogo, avvolto nei miei sogni di bambino da un'aura di mistero, sfogliando vecchie pagine ingiallite da un tempo che, allora, mi pareva eterno.
La biblioteca della vecchia scuola! Quale ambientazione migliore per la mia storia?
Dovevo assolutamente recarmi in quei posti, ricreare l'atmosfera di allora, tornare in quel luogo ancor pregno di sensazioni, impressioni, fantasie, scaturite dalla mente di uno, cento, mille bambini.
Non mi fu difficile riconoscere la vecchia scuola, anche se ormai decrepita, cadente, abbandonata, come una vecchia signora ottuagenaria dal volto rugoso di fitte ragnatele, e con dita adunche, abbarbicata all'edera rampicante.
Il cuore mi batteva forte mentre mi avvicinavo alla porta della biblioteca.
Chissà, se avrei ritrovato ancora l'antica scrivania, quei libri polverosi resi forse ormai illeggibili dall'incuria del tempo, degli uomini...
Uno stato di stupore indescrivibile mi colse, allorché, varcata la soglia, mi si presentò davanti agli occhi l'immagine dei miei ricordi, materializzatisi improvvisamente.
La biblioteca era completamente intatta, come io, bambino, l'avevo lasciata l'ultima volta che vi ero entrato, come se non fossero trascorsi più di trent'anni da allora.
Mi accostai, quasi con un senso di religioso rispetto, alla scrivania, e notai che sopra il ripiano era riposto un quaderno, di quelli di una volta con la copertina nera, aperto.
Sul foglio ingiallito, vergato con una grafia tipicamente infantile, si leggeva:
“Tema: L'uomo che avrei voluto essere”.
Uno strano impulso s'impadronì di me e, come uno scolaro diligente, mi sedetti alla scrivania e iniziai a svolgere il mio compito.
La situazione in cui mi ero venuto a trovare, era quanto di più grottesco mi fosse capitato nella vita, perfettamente conscio dell'assurdità di ciò che stavo facendo, ma contemporaneamente, spinto da un'energia interiore, quasi come se una mano invisibile guidasse le mie parole.
Terminato di scrivere, richiusi con cura il quadernino, e me ne andai, volgendo ancora un'ultima volta lo sguardo alla biblioteca della mia infanzia.
In quegli istanti, un marasma di pensieri sconvolgeva il mio cervello, fino a giungere alla drastica conclusione che mi ero comportato da perfetto imbecille.
Quindi, per ripristinare una minima parvenza di credibilità, decisi di entrare nel bar del paese a bermi un caffè, caffè di cui, oltretutto, sentivo fortemente il bisogno.
Nel locale, il bancone di legno era stato sostituito da un altro in formica e acciaio, anche i tavolini per fare la briscola erano scomparsi, mentre al posto del vecchio flipper si trovavano adesso i videogiochi.
Notai inoltre, che pure i capelli della barista avevano assunto una colorazione diversa rispetto all'originale, definibile tra il violaceo e l'azzurrognolo... Tutte meraviglie della tecnica moderna!
Anche lei comunque parve riconoscermi e, mentre sorseggiavo il mio caffè, mi domandò che cosa mi avesse ricondotto in quel posto, ormai dimenticato da Dio e dagli uomini.
Io, naturalmente, omettendo ogni particolare riguardo la biblioteca, le raccontai di essere tornato per motivi di lavoro, poiché dovevo scrivere un articolo sulla storia della scuola del paese.
Fu così chiacchierando, che lei mi narrò di una tragica vicenda, accaduta circa trent'anni prima, della giovane maestra del paese che, sedotta e abbandonata, si suicidò gettandosi dalla finestra della biblioteca della vecchia scuola. 
Correva voce a quel tempo in paese che, al momento dell'insano gesto, la povera ragazza aspettasse un bambino.
Questa drammatica storia mi turbò profondamente, e un greve senso di malinconia mi accompagnò per tutto il viaggio di ritorno.
Arrivato a casa, dopo una doccia rilassante, mi sedetti alla scrivania, accingendomi a riprendere il mio racconto sui fantasmi.
Mi accorsi solo in quel momento che, preso dalla frenesia dei miei ricordi, non avevo ancora aperto il telegramma.
Diceva:
"Componimento: 10 e lode. La maestra”.

venerdì 1 novembre 2013

Ufficio oggetti smarriti



Quante donne aveva avuto. 
Trapezista su reti sfondate in città diverse.
E quante parole aveva scritto. 
Le dimenticava persino sul tovagliolo del bar.
E quanti chilometri aveva percorso. 
I sedili dei treni sapevano del suo dopobarba.
E quanti nomi aveva scordato. 
A volte li cercava all'ufficio Oggetti Smarriti.
Un giorno uguale agli altri, in cui aveva perduto donna, appunti, orario ferroviario e carta d'identità, si recò come d'abitudine all'ufficio Oggetti Smarriti.
Si stupì di non ritrovare l'anziana impiegata di sempre, figura ormai parentale. 
Come un'antica zia premurosa, lei lo accompagnava al deposito della memoria e, chiacchierando allegramente, lo aiutava a recuperare tutti i suoi ricordi.
Si rivolse alla giovane donna allo sportello:
“Scusi signorina, io dovrei rintracciare varie cose che come al solito, sbadato che sono, ho smarrito”.
Ma la nuova impiegata restava muta, imperturbabile.
“Scusi, dico a lei, mi sente? Avrei urgenza di riavere tutti i miei valori.”
La ragazza sempre zitta e immobile.
“Ma insomma, mi vuole dare ascolto?! Mi aiuta o no a ritrovare la mia roba?!”
La giovane donna gli mostrò un cartello: “Sono sordomuta”.
“Cavolo! Ma proprio a me doveva capitare una così?! E adesso che faccio? Ah sì ecco, e mo’ glielo scrivo!”
Si frugò nelle tasche per cercare una penna, ma ovviamente ritrovò solo l'accendino dato per disperso un mese prima. Purtroppo le penne erano le prime ad andarsene. Che tristezza. Allora gli venne in mente di far finta di scrivere, anche se l'esibizione in estemporanea lo faceva sentire un po’ cretino.
Ma la ragazza rimaneva imperterrita.
A questo punto, preso dal panico, mandò al diavolo tutte le sue inibizioni e si produsse in uno spettacolo di mimo. Patetico.
Coi gesti cominciò a imitare la sua donna, il libro che stava scrivendo, il treno che aveva perso, il momento fatale in cui allacciandosi le scarpe gli era caduto il portafoglio. 
Accaldato, rivoli di sudore nelle rughe, cravatta di traverso, terminò lo show con un sorriso che stampò dritto in faccia alla ragazza.
Lei non mosse un muscolo del viso.
Lui scoppiò a piangere.
Non gli venne porto nemmeno un modulo di reclamo per asciugarsi le lacrime.
Rassegnato e sconfitto dalla burocrazia, voltò per sempre le spalle all'ufficio Oggetti Smarriti.
E da quel giorno si dotò di un promemoria.  

domenica 20 ottobre 2013

Libertà



AIberto guidava.
Finalmente libero, pensava.
Davanti al finestrino scorrevano prati, mucche, fattorie.
Si fermò ad urinare.
Tirò su forte col naso, si aggiustò il cavallo dei pantaloni, accese una sigaretta.
Osservò un nido di formiche che gli ricordarono sbiaditi colleghi d'ufficio.
Una bianca .farfalla dal volo drogato... 
Marzia, chissà addosso a chi smaniava, ora...
Un moscone attirato dall'acre odore del rivolo gli ronzò ai piedi.
Il cielo era a chiazze. 
Da piccolo battezzava le nuvole.
Era cresciuta forte, Celeste. 
Della madre, restò un uomo per mano a una bambina.
Alberto risalì in macchina.
L'aria condizionata gli gelava i pensieri.
Ebbe un irresistibile impulso di gridare.
Le dita abbarbicate al volante, urlò.
Il silenzio della campagna gli inchiodò lo sguardo al vetro.

martedì 15 ottobre 2013

Rosso tramonto



L'uomo nero era solo sulla spiaggia deserta.
Seduto sulla sabbia, pensava.
Ai figli, alla moglie, alla sua Africa tradita e calpestata da migliaia di bianchi.
Alla giornata carica di tappeti, dove ogni goccia di sudore, s'intreccia con le umide orme che solcano la rena.
Un gruppo di ragazzi si avvicinò: 
- Vattene, sporco negro! -
- Torna nella foresta con le scimmie! -
- Corri o muovo la frusta! - 
E l'uomo nero, la testa china, pensava.
Poi si alzò, né giovane né vecchio, alto e robusto come gli schiavi delle sue generazioni.
Pugni chiusi e nervi tesi.
Occhi profondi come un baratro senza ritorno.
I ragazzi indietreggiarono: 
- O negro che vuoi fare? -
- E' pazzo scappiamo! -
- Aiuto c'ammazza! -
Il sole specchiò l'ultimo suo raggio di sera, nell'acciaio della pistola in mano al nero.
Uno sparo e poi...
L'uomo nero cadde sulla sabbia tingendola di rosso tramonto.

giovedì 10 ottobre 2013

Zoo



La bambina se ne stava, muta, ad osservare il gorilla.
Occhi umidi, prigionieri, teneva il gorilla. 
La bambina sgranocchiava popcorn. 
Il gorilla guardava il sacchetto.
Non aveva fame, ne' sete, ne' sonno.
Voleva quel sacchetto color carta zucchero.
Soffiarci dentro e fare bum.
Il gorilla si percosse il petto coi pugni stretti.
La bambina mollò il sacchetto e lo imitò.
Il gorilla rideva. La bambina rideva.
Il gorilla piangeva. La bambina piangeva.
L'urlo del gorilla echeggiò. 
La bambina apri la gabbia.
E rimase nella gabbia attigua a giocare con chicchi di mais.

martedì 1 ottobre 2013

Bambini



- E glielo dobbiamo dire subito o quando sarà grande? -
Era il pensiero martellante nelle teste di Anna e Luca, mentre l'aereo atterrava in Cecenia.
Tra poco sarebbero divenuti rispettivamente madre e padre, grazie all'adozione internazionale, di una bambina russa.
All'istituto l'attesa si fece spasmodica, sapevano soltanto che la bambina aveva sei anni, che era bionda con gli occhi azzurri e orfana di guerra. 
In quel Paese la legge imponeva un mese di permanenza per la reciproca familiarizzazione.
Quando la porta dell'ufficio si aprì, ad entrambi il cuore sobbalzò dall'emozione.
Entrò una suora che teneva per mano due bambine uguali, stesso vestito, occhi e capelli.
Stupiti, rivolsero uno sguardo interrogativo alla religiosa. 
Ella si affrettò a spiegare che si trattava di due gemelle e che loro avrebbero dovuto scegliere quale delle due adottare.
Pochi minuti per decidere il destino di una figlia.
Anna e Luca si fissarono, guardando ancora le gemelline, tornarono a scrutarsi negli occhi e sancirono un tacito patto che li consacrava genitori due volte in un attimo solo.
Dopo due mesi di regolamentare tempo di permanenza, si ritrovarono di nuovo sull'aereo in viaggio di ritorno.
Le bambine dormivano con la testa appoggiata sulle gambe di Anna. 
Luca proteggeva con lo sguardo le sue donne.
All'arrivo c'erano i genitori di Anna ad attenderli.
Le bambine corsero incontro al nonno, abbracciandolo e baciandolo sulle guance. 
Al nonno, rude e solido uomo d'un tempo, si sciolse il cuore. 
Imbarazzato dalla sua stessa commozione, fece per solleticare ai fianchi le sorelline, ma esse si ritrassero d'un tratto intimorite.
Anna allora sollevò alle piccole le magliette, mostrando lividi sparsi intorno le pallide vite.
All'istituto usavano distribuire pizzicotti ai bambini che non stavano buoni.
Una catena di mani a formare una famiglia, e si avviarono verso l'uscita.

domenica 15 settembre 2013

Come per magia


- Mamma, che cos'è il tempo? -
- E' la notte che oscura il giorno, il cammino lento delle stagioni. L'orologio che ci dice quando è ora di alzarsi, di mangiare, di andare a dormire. -
- Mamma, ma il tempo si può fermare? -
- No, bambina mia. Vedi, il tempo è una cosa che nessuno può vedere, toccare, fermare. Il tempo passa, e tu cresci. E io, il babbo, la zia, diventiamo vecchi. Vecchi come la nonna Augusta. -
- Ma io non voglio diventare vecchia! -
- Devi capire che se non si diventa vecchi, vuol dire che si muore giovani. E allora, è meglio che la vita sia lunga il più possibile, non credi? -
- Allora, il tempo vuol dire diventare grandi, e fare tutte quelle cose che non si possono fare da piccoli?-
- Certo. Ma vuol dire anche dover andare a lavorare, sposarsi, avere dei bambini, farsi una famiglia. -
- Ma perché poi i genitori devono andare sempre al lavoro, e i loro bambini all'asilo o a scuola? E perché la nonna Augusta, che è tutta contenta quando il babbo alla domenica la porta a pranzo da noi, e mi racconta tante belle storie, alla sera, quando il babbo la riporta in quella casa per vecchietti, mi dà un bacio e mi dice: 
"Speriamo di rivederci anche la prossima domenica... Eh! Che brutta cosa diventare vecchi..." -
- Perché purtroppo la vita è fatta cosi. Non c'è mai abbastanza tempo per poter stare con chi ami. -
- Ma io, quando sarò grande, voglio stare con i miei bambini, e con te, e con il babbo. - 
- Te lo auguro, bambina mia. Che la vita per te cambi e sia diversa. -
- Di sicuro! Perché io faccio una magia e... Oplà! Fermo il tempo!- 

Marzia, era una bambina che trascorreva molte ore a fantasticare. 
Ad inventare storie, a leggere fiabe che la trasportavano d'incanto in un magico castello, su di un'isola misteriosa. 
In un mondo di fate e gnomi dove lei, principessa vestita di velluti e diademi, regnava sul destino degli uomini. 
E il mondo che lei aveva creato era un mondo buono, dove i bambini vivevano felici, la gente serena, e tutti erano ricchi e contenti. 
Dove il tempo passava giocando nei boschi e si mangiavano tante torte e gelati. 
Le malattie non esistevano più e nessuno moriva mai. 
Mica come il mondo vero. 
Che la sua mamma si alzava al mattino presto che era ancora buio, a preparare la colazione per tutti. 
Poi la svegliava. e a volte si arrabbiava con lei se non si alzava subito.
Perché diceva che era tardi, che bisognava fare in fretta.
Allora Marzia doveva buttare giù il latte tutto d'un fiato, e non sempre era tiepido o zuccherato! 
E dopo, lavarsi faccia e denti, vestirsi, pettinarsi, infine, caricata la cartella sulle spalle, correre rapidamente alla fermata dell'autobus per andare a scuola. 
Non rimaneva mai un po' di tempo per salutare tutte le sue bambole! 
Seduta vicino al finestrino, Marzia si divertiva ad osservare tutte quelle macchine che correvano per la strada. 
Con la gente che guidava tenendo gli occhi stretti, e nemmeno un sorriso. 
Marzia tornava a casa da sola dalla scuola, perché a quell'ora i suoi genitori erano ancora al lavoro. 
Mangiava quello che le aveva preparato la madre la sera prima. 
Ma non era tanto bello pranzare così, senza aver qualcuno cui poter raccontare le cose successe, e dopo qualche boccone, era già stanca di quel cibo ormai senza sapore.
Sparecchiata la tavola, si metteva a fare i compiti. 
D'estate, se finiva presto, andava a girare in bicicletta con le amiche. 
D'inverno, guardava i cartoni animati alla televisione. 
Verso sera la mamma rincasava. 
Ma non aveva mai tanta voglia di parlare con lei. 
Le chiedeva se avesse fatto i compiti e se a scuola era andato tutto bene. 
Poi, la mamma spariva nelle altre stanze a sbrigare le faccende, con Marzia che le andava dietro per mostrarle qualcosa o raccontarle un fatto divertente. 
Marzia, non riusciva mai a capire fino in fondo se la mamma fosse attenta a quello che lei le diceva oppure se, tra una mutanda stesa e un lenzuolo da piegare, facesse finta di ascoltarla e le rispondesse, solo per farla contenta. 
Più tardi, anche il babbo ritornava a casa. 
Si faceva una doccia e si sedeva in cucina a chiacchierare con la mamma, che intanto, preparava la cena. 
Il babbo a volte, quando raccontava del lavoro, diceva le parolacce e sembrava arrabbiato.
Marzia col padre parlava poco, perché lui alla sera voleva ascoltare il telegiornale. 
E dopo, era già ora di andare a letto. 
La domenica, invece, era tutto più bello! 
Si restava a dormire più a lungo, e Marzia, al risveglio, saliva sul lettone dei genitori a farsi coccolare un po'. 
La mamma, alla domenica mattina, mentre faceva le pulizie di casa cantava. 
Il babbo portava Marzia all'edicola a comprare Topolino. 
Si mangiavano un gelato, e poi andavano a prendere la nonna Augusta.
Ritornavano per l'ora di pranzo. 
Per le scale si sentiva la radio accesa. 
E quando Marzia entrava in casa, subito avvertiva l'odore del brodo e dell'arrosto appena fatti. 
Mentre la mamma spignattava in cucina, lei si leggeva il suo giornalino. 
Che buono, il pranzo della domenica! 
Marzia era felice. 
E non si stancava mai di guardare la mamma, il babbo, la nonna, seduti tutti intorno al tavolo a chiacchierare. 
Con lei, che ogni tanto rimaneva col cucchiaio a mezz'aria, ad ascoltarli. 
E la nonna che le accarezzava la testa, e le diceva: 
- Mangia, bambina mia, Che così diventi grande! -
Marzia, alla domenica, lasciava sempre il piatto vuoto. 
Al pomeriggio si usciva, tutti insieme. 
Com'era bella la mamma col vestito rosso, i capelli ben pettinati e il rossetto sulla bocca.
Anche il babbo era bello, che quando la prendeva in braccio, sapeva di dopobarba. 
E Marzia, gli teneva stretta forte la mano. 
A volte, aveva paura che i suoi genitori si volessero separare, perché ogni tanto li sentiva litigare. 
La mamma piangeva, e il babbo se ne andava sbattendo la porta. 
Parlavano di soldi. 
La mamma diceva che non ce la faceva più a fare quella vita. 
Anche il babbo gridava che era stanco. 
Marzia, rannicchiata ancor di più nel suo letto, stringeva a sé l'orso Tommy dal naso rammendato. 
Non riusciva ad addormentarsi, finché non sentiva il suo babbo ritornare a casa. 
Poi li ascoltava bisbigliare nella loro camera da letto. 
Così finalmente, riusciva a prendere sonno, cullata da quel mormorio famigliare. 
La mamma diceva, che quando manca il tempo per riposarsi, per stare insieme, per volersi bene, la gente diventa più cattiva. 
Ma che, purtroppo, il tempo non si poteva fermare. 
Marzia però ricordava, che una volta, il tempo si era fermato per davvero! 
Quando lei era finita all'ospedale, con la febbre molto alta. 
Ricordava poco di quei giorni. 
Solo i visi della mamma e del babbo, che ritrovava davanti a sé, tutte le volte che riusciva a svegliarsi da quel sonno così profondo. 
Ogni attimo che apriva gli occhi, li vedeva li di fronte. Sempre accanto a lei. 
Quindi... 
La mamma non era andata al lavoro! E il babbo, nemmeno! 
E poi... 
La chiamavano, le parlavano, le sorridevano! 
Allora... 
Voleva proprio dire che il tempo si poteva fermare! 
Come per magia.

domenica 1 settembre 2013

Vita da single



La mia bambina di sette anni da mesi mi chiede di essere battezzata.
Io, madre, single, atea, le dico: “Va bene, andiamo”.
Oggi siamo state a ciò che chiamano “l'Accoglienza”, in chiesa.
Ci sono altri quattro bimbi, molto più piccoli della mia.
Padri, madri, fratelli, padrini, madrine, chi con la nonna. 
C'è solo un'altra madre sola come me, meglio così.
Il sacerdote chiama la bimba a sé, coinvolgendola, mettendola a suo agio, a lei piace essere protagonista.
E' una specie di messa, a turno si legge un brano, tocca a me e non sono attenta, come ai tempi della scuola, la mente viaggia.
Mi ritrovo a recitare il Padre Nostro, andandolo a ripescare nella lontana memoria della mia infanzia.
Il segno della croce sulla fronte della mia bambina. 
Da ripetere come madre, e dice il sacerdote, ogni volta che si desidera, come simbolo di benedizione.
Mi piace l'idea.
La messa è finita, ci ritroviamo in canonica. 
Chiede alla bambina se la scelta del battesimo è sua o della mamma.
Lei ci pensa un attimo, e poi decisa risponde che è sua.
Spiego al prete che io sono atea, un momento di silenzio. 
Quasi mi sento tornare dodicenne.
Più per ricreare una parvenza di fede, comunico al sacerdote che il padre della bambina è cristiano  - per fortuna mi risparmia il chiedermi dov'è, ha capito - e che farò il possibile per farle frequentare il catechismo, la messa non posso essendo atea e alla domenica la bimba è affidata al padre.
Mi chiede il nome del padrino, quello della madrina, a quest'ultima ancora non avevo pensato, glielo comunicherò.
Dovrei raccontagli una vita, e non parleremmo di fede.
Faranno un incontro a casa di ognuno del battezzandi - si dice poi così? - va bene rispondo, ci saremo,  io e la mia bambina.
La bimba chiede al sacerdote com'è nato Dio.
Bella domanda.
Il prete non è pronto a rispondere al modo pragmatico a cui la bimba è abituata, noto che lei rimane perplessa.
Io, da atea, le risponderei che Dio è dentro di lei, è il mondo, che nasce dalla gioia e dal dolore...
All'uscita la bambina mi dice entusiasta: “Che bello!” e io ne sono contenta.
Io e la mia bambina, un mondo a sé.

giovedì 15 agosto 2013

Storia minimalista



Ora di cena.
Mio figlio legge, mia figlia disegna, sul tavolo della sala da pranzo.
Le cade la scatola dei colori... il vaso d'argento e vetro rotola, si ferma sul bordo del tavolo. 
Tutti immobili a guardare la scena... sono attimi, ma pare di essere alla moviola. 
Lei, io, lui, paralizzati nell'attesa del crollo. 
Il vaso cade. 
Si rompe in mille pezzi. 
Io vado verso mia figlia minacciosa. 
Lei comincia a gridare che non l'ha fatto apposta. 
Mi blocco. 
Le chiedo perché non ha frenato la caduta. Poteva. 
Nello stesso momento mi rendo conto che le medesime parole avrei dovuto rivolgerle a me stessa. 
Già, perché non l'ho fatto? Bastava allungare una mano. 
Tutti ci aspettavamo che cadesse, ed è accaduto. 
Mia figlia dice: "Mamma lo so che ci tenevi tanto, chi te lo aveva regalato?" 
Nessuno. Era della nonna paterna, ora defunta. 
Se fosse stato di mia madre, allora sì, mi avrebbe pianto il cuore. 
In fondo è solo un pezzo di passato, ossidato, che se ne va. 
La consolo. 
Alla notte, mentre lei dorme, le metto un biglietto sui vestiti pronti per la mattina "La mamma vuole molto bene alla sua brava bambina". 
Quando torno dal lavoro, lei è col padre, un disegno in risposta. 
C'è il suo nome, il Titanic, il sole e la luna che si giurano amore. 
Sorrido, e sul tavolo metto il soprammobile con l'immagine della Venere di Botticelli. 
Al posto del vaso d'argento.

sabato 10 agosto 2013

Cammeo



Una piccola donna prende per mano la sua bambina e va per botteghe.
- Scusate, volete comperare bambole? -
- No signora, non son tempi questi per vendere ninnoli. -
- Allora collane, bracciali, anelli... -
- Spiacente, per noi l'oro è merce di scambio. -
- Vi prego, almeno questo cammeo d'argento... E' un dono di nozze, sapete? -
- Grazie, non ci occorre nulla per il momento. -
La piccola donna rinchiuse i suoi ricordi nel fazzoletto.
Lenta s'incamminò con la sua bimba per mano.
Stringendo in pugno l'eredità della figlia.
Piccolo è l'uomo che lascia che accada questo.

giovedì 1 agosto 2013

Cadrà una grande stella nel mio grembo



Mille giorni al Duemila.
Che ne sarà di te, Signora di Lesbo, poeta dai versi più intrisi di humus di donna? 
Tu che hai narrato dell’essere femmina come mai uomo ha osato, di armonie di corpi e pensieri dai sapori di rose, viola e salvia?
“Quale la cosa più bella sopra la terra bruna? Ciò che s’ama. Farlo capire a tutti è così semplice!” scrivesti. 
E ancora: “Tramontata è la luna e le Pleiadi a mezzo della notte; anche giovinezza già dilegua, e ora nel mio letto resto sola”.
Chissà se nel nuovo millennio saremo veramente liberi di vivere ciò che si ama. 
O se, comunque, ci ritroveremo soli, a costruire illusioni. Non fu e mai sarà, così semplice.
“È facile dare l’illusione dell’amore, l’altro ti aiuta sempre." (Anais Nin - Fuoco)
Il mondo ha sempre bisogno di crearsi dei complici.
Elena, la donna più bella, più laida, del mondo. Colei che abbandonò marito e figli per rincorrere un amore. O una effimera chimera. Lo seguì, sul mare. 
Elena, rea di aver seminato morte sulla sua terra, condannata per l’eternità a infagarne il nome, come una perenne maledizione degli dei.
Elena, troppo bella, troppo umana per essere dea, in quel tuo abbandono, in quella tua fuga, sulla tua scelta d’amore, si concentrò l’odio del mondo. Sommi poeti han scritto di te, senza conoscerti. E ai comuni mortali, nel nuovo millennio, verrà tramandato il tuo nome di donna perduta. Col sorriso beffardo dei giovani che leggono di storia.
Così come dal primo millennio, ci giunge l’eco del riso: Cassandra.
La pazza. Con le sue veggenze, profezie funeste, verità divinatorie da soffocare e rinchiudere in silenzi ovattati. Cassandra, menti da elettroshock, fino a ridurne in cenere ogni alito di pensiero. Ancora oggi fan paura. In mondovisione l’emotività, l’irrazionalità, puro spirito. Coi loro vaneggiamenti, al limite tra follia e saggezza, voci da inascoltare. Parole più pericolose di armi. Le armi uccidono, le parole procreano. E si rigenerano.
Quante Cassandre, al confine del nuovo millennio, a cui mozzare le lingue. Stupri dell’anima.
Medea, la storia delle donne, la conosceva bene.
Giovane strega, bellissima, dai poteri magici. Per amore, tradisce il suo popolo, il padre, si macchia del sangue del fratello. Dona giovinezza al suo amato e perde la sua. Invecchia. Viene abbandonata per una donna più giovane e più bella, la figlia del re.
Medea dà in escandescenze, si strappa i capelli, grida, sono le stesse donne a consigliarla di rassegnarsi, di pensare ai figli. Ma Medea non accetta il ripudio, lei che tutto ha sacrificato a un uomo. Non è legge di Dio, ne’ legge di natura, è legge di uomini. Da lei non voluta ne’ sottoscritta. Medea finge la rassegnazione, quieta, zitta, sola come morta. Ma è viva, ancora.
Lucida nella sua disperazione, coi suoi poteri magici uccide la futura sposa e il padre di lei. Medea uccide i propri figli. Perché? L’allegoria dell’infanticidio simboleggia l’estrema ribellione alle catene degli uomini, l’avvenuta liberazione da un mondo costruito dall’uomo su sua misura.
Medea, cagna rabbiosa o pazza d’amore? Donna assassina o donna assassinata? Lei, bellissima strega, fata per amore di un uomo; vecchia strega, brutta e cattiva, che fugge sopra un carro alato.
Forse nel nuovo millennio la vedremo ancora volare.
Diversa fu la sorte toccata a Penelope.
Oggi non ci sono più Penelopi. Ma donne in perpetua attesa, sì. Di un uomo, di un amore, di uno sposo.
Nel terzo millennio saremo davvero capaci di essere donne e uomini nuovi? Con la memoria del già vissuto e l’utopia nel divenire? Quanto siamo disposti a investire, o a rinunciare, in questa corsa così senza fiato?
Donne, finalmente non più muse o prostitute. E uomini, mai più eroi o vili. Ma entrambi, essenze.
Da assaporare a gocce. Come granelli di sabbia che scorrono nella clessidra. Il tempo della memoria che si dilata fino a espandersi nel futuro.
Fino a che: “Cadrà una grande stella nel mio grembo”.

lunedì 1 luglio 2013

Con lento incedere di geisha


“Vieni andiamo, guardiamo la neve fino a restarne sepolti.”
(Basho 1644-94)

L’altra metà del cielo.
Un piccolo sole d’Oriente che riflette sopra al villaggio lillipuziano, ombre color tramonto su tremule pareti di carta di riso.
Paradossalmente, pare che esse vibrino, in quel paesaggio statico da pagode illustrate, dai giardini bonsai in cui la mano dell’uomo ha miniaturizzato la natura, fermandone il tempo. Arte o stupro?
Così come ancora la terra respira dei passi felpati di bambine dai piedi fasciati, nessuna traccia da cancellare ai posteri di orme pesanti di donne mature, in cammino.
Costretto il movimento in scatti contriti, l’eterea illusione dell’uomo di controllarne la crescita, annullare vecchiaia, evitare la morte. La donna incarnata nel moto perpetuo.
E allora tra quelle pareti evanescenti di carta di riso, si sincronizza il respiro.
Aroma di the e di rosa, fruscii di seta che accompagnano il tempo che scorre, carezzando le membra. Come abbraccio materno infinito.
A piedi ignudi si va nelle viscere, dentro alla madre, umiltà liberatoria al varco della soglia.
Con piccoli sorsi, s’assapora il tempo diluito. Nel silenzio. A occhi bassi, non occorrono parole. Danzano le ciglia.
Nella casa delle bambole chi gioca alla sposa bambina dagli occhi bistrati. E si acuiscono i sensi, le dita sfiorate, un invito a seguirla.
Fuori, la metropoli impazza di luci colori e rumore.
Ove l’amore è rito, si unisce Oriente a Occidente.

sabato 1 giugno 2013

Una città per cantare



Perché stasera siamo qui, al freddo, un gelo ormai invernale, ma perché stiamo qui?
Stretti, tanti, nuvole allo stato solido, sotto un cielo nero, in un luogo dimenticato da Dio e dagli uomini, dove ci si prostituisce, si spaccia, a volte si muore sotto una gradinata di stadio...
Eppure siamo ancora qui, con i nostri musi lividi, riflettori di fortuna, un palco clandestino, noi, la musica, questi ragazzi della Napolì, insieme.
A battere i denti, a stringerli, a resistere, incazzati, neri, extracomunitari della burocrazia, del sistema, di un'amministrazione “progressista” retta a maggioranza da un partito che, centrosinistra nazionale, non ha pudore nell'allearsi a proposte di legge discriminatorie nei confronti degli immigrati.
Così come, localmente, non offre spazio ai giovani, se non omologati, niente cucce per i cani sciolti. 
I rifugi costano cari alla spesa pubblica. E poi è d'obbligo il tatuaggio.
Ma verrà mai quel giorno che la Signora Città si chiederà perché noi stiamo qui e qui resistiamo? 
Credo di no. Noi non abbiamo denaro, potere, voti, solo musica. Dentro. La voglia di lottare.
C'era anche Galeo in quella sera dell'autunno scorso.
Galeo, tossicodipendente, che ti abbracciava, ti baciava sulle guance, sempre sorridente e allegro.
E poi di colpo sentiva il gelo addosso e doveva correre a farsi il buco.
Ma alla fine del suo viaggio tornava comunque in mezzo a noi, a tentare di sopravvivere. 
Suonavano i 99 Posse, fuori, al freddo, perché il Comune aveva negato il Palasport ai ragazzi del Centro Sociale.
Erano i tempi in cui la sinistra istituzionale era concubina del centro cattolico in nome di alleanze politiche, sulla pelle degli immigrati.
Galeo è morto per un'overdose d'eroina mista a veleno per topi.
“Questo non e' l'unico mondo possibile” cantavano quella gelida sera i 99 Posse.
Me lo sono domandata tante volte: perché ci si droga?
Perché da bambino ti raccontano storie sempre a lieto fine, poi la notte di Natale ti svegli e scopri che Babbo Natale non è mai esistito. 
E allora Gesù Bambino piange orfano nella stalla.
Perché da ragazzo ti fanno urlare nelle piazze per la libertà, poi ti accorgi che quel neonato che russa sulla maglietta è il Che bambino. Seppellito in una fossa comune.
Perché da uomo ti fan marciare in coro per la società, poi gobbo e incanutito il bilancio del tempo ti presenta il conto. Hai consumato un solo coperto.
Perché da innamorato ti vendono parole e immagini, sesso virtuale, e poi ti violentano il cuore. Ma la legge è uguale per tutti: non c'è reato, nessun colpevole, tutti innocenti.
Perché la famiglia é quella felice del Mulino Bianco. Non importa se il torrente é radioattivo, se il ponte é crollato sotto le macerie, se la ruota stritola membra e pesci. Il Mulino è sempre più bianco. 
Perché l'infanzia, la vecchiaia, l'emarginazione, la povertà, la malattia, la solitudine sono spot di pubblicità progresso. Consigli per gli acquisti di coscienze riciclate.
Perché il fumo della sigaretta regala anelli di vita aspirate.
Perché il bicchiere di cognac annega frammenti di vetro che raschiano la gola.
Perché lo spinello in compagnia é la vera rivoluzione della nostra generazione.
Perché l'ago che ti entra in vena ti dà l'illusione di scagliare sassi sull'autostrada della tua vita. 
Perché correre impasticcati nella notte è sfidare la velocità del buio che ti acceca dalla paura.
Perché gridare in uno stadio é lo stupro collettivo di una nazione.
Perché la televisione trasmette film. 
I telegiornali, le tribune politiche, i talk show sono i film del tempo reale. 
Perché computer, videogames, Internet la rete delle reti, sono il futuro della comunicazione. 
Le droghe del duemila. Più la gente è sola e più si droga. Il business del nuovo millennio.
E quando un giorno leggeremo sulle pagine di un giornale uno strano annuncio: “A.A.A. Cercasi amore disperatamente”, avremo finalmente scoperto come si uccide un'utopia.
Galeo mi diceva:
“Vedi, il problema più grosso non è disintossicarsi, perché quando sei a quel punto, tutti ti curano, ti aiutano, ti stanno vicini… Ma una volta finita la disintossicazione, è lì che resti solo, e allora ci ricaschi”.
Ancora oggi mi chiedo: di cosa è morto Galeo?
Droga o solitudine?

mercoledì 15 maggio 2013

Alla finestra virtuale



Subject: Descrivi una foglia.
Le foglie sono di tanti colori: verdi, gialle, rosse, marroni.
Hanno tante punte, un po' come le stelle. 
Le puoi vedere, stese in fila, fitte fitte. 
Oppure in tridimensionale. 
Quando cambia il tempo, anche loro cambiano.
Cambia la forma, possono diventare automobiline, archi, puntini spaziali o quadretti scozzesi.
Puoi scegliere tra mille figure. 
Ma io, non so il perché, mi piace lasciare le foglie in tutte le stagioni, e guardarne i colori, sempre uguali, ferme, che mi fissano...  
Mi fanno un megabyte di compagnia.

Era una notte buia e tempestosa in chat.
SoloTua wrote:
Che ne pensi se una sera, rientrato da una vacanza da single, varchi la soglia di casa, fai per accendere la luce, ma non si accende! 
D'un tratto la porta sbatte violentemente alla tue spalle e nel buio più assoluto piccoli morsi ti strappano i bottoni della patta dei pantaloni. 
Unghie intriganti si aggrappano alle gambe. 
Come un ragno arrampicandosi sui peli un brivido gelido e insinuante al pube. 
Un calore umido ti invade l'ombelico. 
L'eccitazione mista a paura ti paralizza. 
Ti ritrovi supino sul pavimento e un dolce dondolio cadenzato in crescendo ti avvolge le membra.
Ansimi profondi e accelerati in preludio all'attimo sublime... 
Ti piacerebbe?

DuroPuro wrote: 
Dio quanto m'intrighi! 
Complimenti! Una donna vera, liberata, senza tanti problemi e che vive il sesso con gioia! 
Le donne in rete, finalmente! E che donne! 
Quanto sei bella, brava, bona... ahem pardon, buona.  
La donna giusta al posto giusto.  
Casomai ti mando una foto anzichenò ti telefono insomma che fai stasera?!

SoloTua wrote: 
E ritorna improvvisamente la luce. 
Qualsiasi cosa ti piaccia o non ti piaccia...
...Prima di abbandonare il tuo San Bernardo, pensa a procurargli una compagna!

martedì 1 gennaio 2013

Utopia parole in libertà - Epilogo

ERATIJARITJAKA è un'arcaica espressione poetica che nella lingua degli Aranda significa: “Anelando con tutto il cuore a qualcosa che è andato perduto”.
Si può anelare ad un amore, a una idea, a un’utopia.
Io anelo alla comunicazione vera, all’informazione libera, a un mondo di uguaglianza.

Se, come per magia, le mie parole divengono emozioni, ringraziami così:
ERATIJARITJAKA.

- La ricerca della libertà è l’unica forza stimolante che conosca.
Libertà di volare in quell’infinito là in alto; libertà di dissolversi; libertà di distaccarsi da tutto; di essere come la fiamma di una candela che, nonostante il paragone con la luce di miliardi di stelle, rimane intatta perché non ha mai finto di essere più di quanto non fosse: solo una candela. -  
(Carlos Castaneda - L’arte di sognare)