Opere selezionate

Opere selezionate

Roxan@ - Poesie in volo, raccolta dal 1995 al 2000

Utopia - Racconti e parole in libertà, antologia dal 1995 al 2000

Testi teatrali e fiabe: Prendete i bambini - L'Altro mondo possibile – Gli occhi di Frugolina

Anno 1993 - Lettura interpretativa tratta dal testo teatrale “Il Gioco” in occasione del concorso “Donne sull'orlo” a cura della Scuola Regionale di Teatro del Veneto.
Anno 1994 - Rappresentazione a Padova del testo “Prendete i bambini” nell'ambito della rassegna teatrale “Donne sull'orlo”.
Anno 1996 - Menzione speciale per la fiaba “Gli occhi di Frugolina” Concorso Europeo Omero al Salone del Libro di Torino.



giovedì 1 agosto 2013

Cadrà una grande stella nel mio grembo



Mille giorni al Duemila.
Che ne sarà di te, Signora di Lesbo, poeta dai versi più intrisi di humus di donna? 
Tu che hai narrato dell’essere femmina come mai uomo ha osato, di armonie di corpi e pensieri dai sapori di rose, viola e salvia?
“Quale la cosa più bella sopra la terra bruna? Ciò che s’ama. Farlo capire a tutti è così semplice!” scrivesti. 
E ancora: “Tramontata è la luna e le Pleiadi a mezzo della notte; anche giovinezza già dilegua, e ora nel mio letto resto sola”.
Chissà se nel nuovo millennio saremo veramente liberi di vivere ciò che si ama. 
O se, comunque, ci ritroveremo soli, a costruire illusioni. Non fu e mai sarà, così semplice.
“È facile dare l’illusione dell’amore, l’altro ti aiuta sempre." (Anais Nin - Fuoco)
Il mondo ha sempre bisogno di crearsi dei complici.
Elena, la donna più bella, più laida, del mondo. Colei che abbandonò marito e figli per rincorrere un amore. O una effimera chimera. Lo seguì, sul mare. 
Elena, rea di aver seminato morte sulla sua terra, condannata per l’eternità a infagarne il nome, come una perenne maledizione degli dei.
Elena, troppo bella, troppo umana per essere dea, in quel tuo abbandono, in quella tua fuga, sulla tua scelta d’amore, si concentrò l’odio del mondo. Sommi poeti han scritto di te, senza conoscerti. E ai comuni mortali, nel nuovo millennio, verrà tramandato il tuo nome di donna perduta. Col sorriso beffardo dei giovani che leggono di storia.
Così come dal primo millennio, ci giunge l’eco del riso: Cassandra.
La pazza. Con le sue veggenze, profezie funeste, verità divinatorie da soffocare e rinchiudere in silenzi ovattati. Cassandra, menti da elettroshock, fino a ridurne in cenere ogni alito di pensiero. Ancora oggi fan paura. In mondovisione l’emotività, l’irrazionalità, puro spirito. Coi loro vaneggiamenti, al limite tra follia e saggezza, voci da inascoltare. Parole più pericolose di armi. Le armi uccidono, le parole procreano. E si rigenerano.
Quante Cassandre, al confine del nuovo millennio, a cui mozzare le lingue. Stupri dell’anima.
Medea, la storia delle donne, la conosceva bene.
Giovane strega, bellissima, dai poteri magici. Per amore, tradisce il suo popolo, il padre, si macchia del sangue del fratello. Dona giovinezza al suo amato e perde la sua. Invecchia. Viene abbandonata per una donna più giovane e più bella, la figlia del re.
Medea dà in escandescenze, si strappa i capelli, grida, sono le stesse donne a consigliarla di rassegnarsi, di pensare ai figli. Ma Medea non accetta il ripudio, lei che tutto ha sacrificato a un uomo. Non è legge di Dio, ne’ legge di natura, è legge di uomini. Da lei non voluta ne’ sottoscritta. Medea finge la rassegnazione, quieta, zitta, sola come morta. Ma è viva, ancora.
Lucida nella sua disperazione, coi suoi poteri magici uccide la futura sposa e il padre di lei. Medea uccide i propri figli. Perché? L’allegoria dell’infanticidio simboleggia l’estrema ribellione alle catene degli uomini, l’avvenuta liberazione da un mondo costruito dall’uomo su sua misura.
Medea, cagna rabbiosa o pazza d’amore? Donna assassina o donna assassinata? Lei, bellissima strega, fata per amore di un uomo; vecchia strega, brutta e cattiva, che fugge sopra un carro alato.
Forse nel nuovo millennio la vedremo ancora volare.
Diversa fu la sorte toccata a Penelope.
Oggi non ci sono più Penelopi. Ma donne in perpetua attesa, sì. Di un uomo, di un amore, di uno sposo.
Nel terzo millennio saremo davvero capaci di essere donne e uomini nuovi? Con la memoria del già vissuto e l’utopia nel divenire? Quanto siamo disposti a investire, o a rinunciare, in questa corsa così senza fiato?
Donne, finalmente non più muse o prostitute. E uomini, mai più eroi o vili. Ma entrambi, essenze.
Da assaporare a gocce. Come granelli di sabbia che scorrono nella clessidra. Il tempo della memoria che si dilata fino a espandersi nel futuro.
Fino a che: “Cadrà una grande stella nel mio grembo”.

lunedì 1 luglio 2013

Con lento incedere di geisha


“Vieni andiamo, guardiamo la neve fino a restarne sepolti.”
(Basho 1644-94)

L’altra metà del cielo.
Un piccolo sole d’Oriente che riflette sopra al villaggio lillipuziano, ombre color tramonto su tremule pareti di carta di riso.
Paradossalmente, pare che esse vibrino, in quel paesaggio statico da pagode illustrate, dai giardini bonsai in cui la mano dell’uomo ha miniaturizzato la natura, fermandone il tempo. Arte o stupro?
Così come ancora la terra respira dei passi felpati di bambine dai piedi fasciati, nessuna traccia da cancellare ai posteri di orme pesanti di donne mature, in cammino.
Costretto il movimento in scatti contriti, l’eterea illusione dell’uomo di controllarne la crescita, annullare vecchiaia, evitare la morte. La donna incarnata nel moto perpetuo.
E allora tra quelle pareti evanescenti di carta di riso, si sincronizza il respiro.
Aroma di the e di rosa, fruscii di seta che accompagnano il tempo che scorre, carezzando le membra. Come abbraccio materno infinito.
A piedi ignudi si va nelle viscere, dentro alla madre, umiltà liberatoria al varco della soglia.
Con piccoli sorsi, s’assapora il tempo diluito. Nel silenzio. A occhi bassi, non occorrono parole. Danzano le ciglia.
Nella casa delle bambole chi gioca alla sposa bambina dagli occhi bistrati. E si acuiscono i sensi, le dita sfiorate, un invito a seguirla.
Fuori, la metropoli impazza di luci colori e rumore.
Ove l’amore è rito, si unisce Oriente a Occidente.

sabato 1 giugno 2013

Una città per cantare



Perché stasera siamo qui, al freddo, un gelo ormai invernale, ma perché stiamo qui?
Stretti, tanti, nuvole allo stato solido, sotto un cielo nero, in un luogo dimenticato da Dio e dagli uomini, dove ci si prostituisce, si spaccia, a volte si muore sotto una gradinata di stadio...
Eppure siamo ancora qui, con i nostri musi lividi, riflettori di fortuna, un palco clandestino, noi, la musica, questi ragazzi della Napolì, insieme.
A battere i denti, a stringerli, a resistere, incazzati, neri, extracomunitari della burocrazia, del sistema, di un'amministrazione “progressista” retta a maggioranza da un partito che, centrosinistra nazionale, non ha pudore nell'allearsi a proposte di legge discriminatorie nei confronti degli immigrati.
Così come, localmente, non offre spazio ai giovani, se non omologati, niente cucce per i cani sciolti. 
I rifugi costano cari alla spesa pubblica. E poi è d'obbligo il tatuaggio.
Ma verrà mai quel giorno che la Signora Città si chiederà perché noi stiamo qui e qui resistiamo? 
Credo di no. Noi non abbiamo denaro, potere, voti, solo musica. Dentro. La voglia di lottare.
C'era anche Galeo in quella sera dell'autunno scorso.
Galeo, tossicodipendente, che ti abbracciava, ti baciava sulle guance, sempre sorridente e allegro.
E poi di colpo sentiva il gelo addosso e doveva correre a farsi il buco.
Ma alla fine del suo viaggio tornava comunque in mezzo a noi, a tentare di sopravvivere. 
Suonavano i 99 Posse, fuori, al freddo, perché il Comune aveva negato il Palasport ai ragazzi del Centro Sociale.
Erano i tempi in cui la sinistra istituzionale era concubina del centro cattolico in nome di alleanze politiche, sulla pelle degli immigrati.
Galeo è morto per un'overdose d'eroina mista a veleno per topi.
“Questo non e' l'unico mondo possibile” cantavano quella gelida sera i 99 Posse.
Me lo sono domandata tante volte: perché ci si droga?
Perché da bambino ti raccontano storie sempre a lieto fine, poi la notte di Natale ti svegli e scopri che Babbo Natale non è mai esistito. 
E allora Gesù Bambino piange orfano nella stalla.
Perché da ragazzo ti fanno urlare nelle piazze per la libertà, poi ti accorgi che quel neonato che russa sulla maglietta è il Che bambino. Seppellito in una fossa comune.
Perché da uomo ti fan marciare in coro per la società, poi gobbo e incanutito il bilancio del tempo ti presenta il conto. Hai consumato un solo coperto.
Perché da innamorato ti vendono parole e immagini, sesso virtuale, e poi ti violentano il cuore. Ma la legge è uguale per tutti: non c'è reato, nessun colpevole, tutti innocenti.
Perché la famiglia é quella felice del Mulino Bianco. Non importa se il torrente é radioattivo, se il ponte é crollato sotto le macerie, se la ruota stritola membra e pesci. Il Mulino è sempre più bianco. 
Perché l'infanzia, la vecchiaia, l'emarginazione, la povertà, la malattia, la solitudine sono spot di pubblicità progresso. Consigli per gli acquisti di coscienze riciclate.
Perché il fumo della sigaretta regala anelli di vita aspirate.
Perché il bicchiere di cognac annega frammenti di vetro che raschiano la gola.
Perché lo spinello in compagnia é la vera rivoluzione della nostra generazione.
Perché l'ago che ti entra in vena ti dà l'illusione di scagliare sassi sull'autostrada della tua vita. 
Perché correre impasticcati nella notte è sfidare la velocità del buio che ti acceca dalla paura.
Perché gridare in uno stadio é lo stupro collettivo di una nazione.
Perché la televisione trasmette film. 
I telegiornali, le tribune politiche, i talk show sono i film del tempo reale. 
Perché computer, videogames, Internet la rete delle reti, sono il futuro della comunicazione. 
Le droghe del duemila. Più la gente è sola e più si droga. Il business del nuovo millennio.
E quando un giorno leggeremo sulle pagine di un giornale uno strano annuncio: “A.A.A. Cercasi amore disperatamente”, avremo finalmente scoperto come si uccide un'utopia.
Galeo mi diceva:
“Vedi, il problema più grosso non è disintossicarsi, perché quando sei a quel punto, tutti ti curano, ti aiutano, ti stanno vicini… Ma una volta finita la disintossicazione, è lì che resti solo, e allora ci ricaschi”.
Ancora oggi mi chiedo: di cosa è morto Galeo?
Droga o solitudine?

mercoledì 15 maggio 2013

Alla finestra virtuale



Subject: Descrivi una foglia.
Le foglie sono di tanti colori: verdi, gialle, rosse, marroni.
Hanno tante punte, un po' come le stelle. 
Le puoi vedere, stese in fila, fitte fitte. 
Oppure in tridimensionale. 
Quando cambia il tempo, anche loro cambiano.
Cambia la forma, possono diventare automobiline, archi, puntini spaziali o quadretti scozzesi.
Puoi scegliere tra mille figure. 
Ma io, non so il perché, mi piace lasciare le foglie in tutte le stagioni, e guardarne i colori, sempre uguali, ferme, che mi fissano...  
Mi fanno un megabyte di compagnia.

Era una notte buia e tempestosa in chat.
SoloTua wrote:
Che ne pensi se una sera, rientrato da una vacanza da single, varchi la soglia di casa, fai per accendere la luce, ma non si accende! 
D'un tratto la porta sbatte violentemente alla tue spalle e nel buio più assoluto piccoli morsi ti strappano i bottoni della patta dei pantaloni. 
Unghie intriganti si aggrappano alle gambe. 
Come un ragno arrampicandosi sui peli un brivido gelido e insinuante al pube. 
Un calore umido ti invade l'ombelico. 
L'eccitazione mista a paura ti paralizza. 
Ti ritrovi supino sul pavimento e un dolce dondolio cadenzato in crescendo ti avvolge le membra.
Ansimi profondi e accelerati in preludio all'attimo sublime... 
Ti piacerebbe?

DuroPuro wrote: 
Dio quanto m'intrighi! 
Complimenti! Una donna vera, liberata, senza tanti problemi e che vive il sesso con gioia! 
Le donne in rete, finalmente! E che donne! 
Quanto sei bella, brava, bona... ahem pardon, buona.  
La donna giusta al posto giusto.  
Casomai ti mando una foto anzichenò ti telefono insomma che fai stasera?!

SoloTua wrote: 
E ritorna improvvisamente la luce. 
Qualsiasi cosa ti piaccia o non ti piaccia...
...Prima di abbandonare il tuo San Bernardo, pensa a procurargli una compagna!

venerdì 10 maggio 2013

La fata Birichina



Ho un conto in sospeso con la fata Birichina.
Perché quando nacqui io, una pigra e assolata domenica d'agosto, lei giunse accaldata e trafelata alla mia culla.
E sbadata qual era, invece di segnarmi fronte e destino con legno di nocciolo e buoni auspici di felicità e prosperità - un poco assonnata dal banchetto appena conclusosi in onore di Re Solleone nel bosco delle fate, ove gnomi, folletti ed elfi si davano appuntamento all'ombra del secolare Ciliegio - nello sporgersi ai bordi della culla per il rito propiziatorio, rotolò dal magico orecchio della fata, un nocciolo di ciliegia con cui usava adornarsi i lobi nelle fastose celebrazioni.
E mi centrò la fronte, disegnando sulle facce dei convenuti un quarto di luna da gota a gota, e sul mio stropicciato volto da neonata un ponticello tra sogno e risveglio, fantasia e realtà, mai oltrepassato... Una smorfia di stupore.
A completare l'opera della favola della vita, fungono da prologo le parole sovrappensiero dalle labbra ammiccanti d'amarena della fata Birichina: 
- Potrebbe fare di meglio... -
Come refuso letterario, quell'anatema si stampò indelebile sul diario di bordo del destino, navigando in balia delle fatali acque senza mappe. Come bussola, il caso. 
Così raccontarono gli avi. E cosi comincia la vera storia.
Mi sono sempre chiesta perché ciclicamente riecheggia dalla mia infanzia questo ancestrale monito.
Mi ricordo il metro del dottore che da sarto provetto misurava i mancati centimetri per salire alle vette dei bambini da record; quelli appiccicati sulle pareti dell'ambulatorio come una cartina stradale, con frecce, sensi unici e limiti di carico.
Oppure come la geografia al neon della mucca Carolina sull'insegna della macelleria sotto casa, una Padania posteriore così intermittente da far arrapare i bossi.
Alla stregua di una fettina di vitellone, alla bottega del dottore si veniva soppesati sulla bilancia, ove il barcaiolo dominava il dondolio del ferro sino al momento magico della confutabilità del moto perpetuo: la fusione dell'atomo in “stadera".
Tutta l'operazione veniva svolta nel più rigoroso silenzio, quasi sacrale, tra gli occhi smarriti di mia madre e il cipiglio del dottore che si accentuava quando vergava il grafico della mia evoluzione, come in un film muto, sottotitolato:
- Potrebbe fare di meglio... -
Il che per me significava intrugli colorati e malefiche pozioni da deglutire col naso arricciato fino a giungere, talvolta, all'omnia alchimia, ossia al prelievo di succo di ciliegia dalle mie linfatiche vene.
Col quale, l'apprendista stregone si sospetta, sciroppasse le sue granitine per emulare il gusto d'amarena della fata Birichina.
I giorni delle feste comandate, coi vestiti stirati addosso, si inaugurava il circo delle pulci.
Pulci bambine trasformate in foche burlone, scimmiette ballerine, caroselli di caramelle al miele.
Il babbo, tipico esemplare sbragato e mal rasato da domenica mattina, si tramutava in Principe Azzurro, sellava la lambretta, e scaricava una miniatura col berretto uso parabrezza alla giostra del parco.
Quella dei cigni. Anch'essa a farti da monito, rimembrando la fiaba del brutto anatroccolo:
- Potrebbe fare di meglio... -
La palla rotolava sempre sotto una macchina, incespicavi sullo stesso gradino, ogni cosa che toccavi era la più pura dimostrazione della legge di gravità.
Questione di magnetismo.
E il buongiorno scambiato col buonasera, perché non parli ma stai un po' zitta, per favore mi porti le ciabatte grazie prego poi preghi tu se non me le porti, stai composta mi pari una statua di sale, attenta al cane che morde sei proprio una cogliona a pestare una cacca...
Come una divinazione, che mi fulminò sulla via del catechismo, Dio vede tutto... Se potessimo udire la Sua voce, pensai, ecco l'undicesimo comandamento:
- Potrebbe fare di meglio... -
Fioretti a iosa.
La scuola. Il luogo deputato per eccellenza. Che provvede alla tua educazione, soprattutto a quella dei tuoi genitori. Formazione permanente.
All'asilo, la suora... è una bambina buona, però potrebbe mangiare di più. 
Chissà se in Paradiso le nuvole reggono il peso dei ciccioni.
In prima elementare: è una brava bambina, ma con i compagni potrebbe inserirsi di più. 
Come domandare a un architetto di inserire nel piano regolatore una soffitta. Io dalla mia, vedevo solo una lavagna di cielo.
Alle medie, l'omelia latina dei professori: potrebbe studiare di più... Ero troppo concentrata sull'astronomia dei brufoli, la chimica ormonale delle prime palpitazioni, l'epica storia della fata Birichina.
Quei ricevimenti genitori senza pasticcini delle scuole superiori, il jngle della promozione alla maturità:
- Potrebbe fare di meglio... -
Il mondo di Fantasia divorato dal Nulla. All'appello dell'Infanta Imperatrice non si può rispondere con un "Presente"!
Alice dal Paese delle Meraviglie alla scuola alberghiera. 
Peter Pan col brevetto di volo. Campanellino al liceo musicale. L'Isola che non c'è lottizzata in Club Mediterranee coi bambini sperduti affogati nella dichiarazione dei redditi. Il coccodrillo di Capitan Uncino riciclato da borsetta a Rolex.
Maggiorenne e vaccinata, col timbro dello Stato come pera matura, eccoti catapultata sul mercato del lavoro.
Al collo, da Magilla Gorilla, il cartellino del prezzo. In vetrina, saldi fuori stagione per lavoratori stagionali, liquidazioni solidificate in fondi pensione, fidando nel miracolo di San Gennaro piuttosto che nel sindacato. 
L'incubo del marcatempo, che protocolla ogni tua alba:
- Potrebbe fare di meglio... -
Il che racchiude tutto un mondo produttivo.
Ruffiani, peripatetiche, tossici del lavoro. Extracomunitari della vita. Emarginati perfettamente integrati. Moriranno contenti.
A proposito di salute... dopo la doccia, l'analisi logica dei lardarelli di grasso: dieta, palestra, meditazione, areare la stanza (solo per fumatori).
Dal medico: "Alla tua età bisogna prevenire".
Sul lettino dello psicanalista: "La depressione si vince con l'amore".
Nonostante i ticket, Scienza e specchio non mentono mai.
Entrambi, all'unanimità, pontificano: potrebbe fare di meglio...
A questo punto c'è chi si dà alla politica, evvai con le bandiere arcobaleno, o si smarrisce sulla via della New Age dimenticando le chiavi a casa, chi gioca in Borsa e perde al Lotto.
Frequentando nel contempo biblioteche, concerti, saune, agenzie di viaggi, Internet Cafè, alla ricerca dell'anima gemella.
Indiana Jones del corteggiamento e matrimonio, si tradisce e procrea sino al divorzio, ponendo cosi fine d'un tratto a interminabili giornate di grama esistenza da figli a genitori e da sposi ad amanti, scandite tutte dal medesimo metronomo: potrebbe/meglio.
Rapsodia a più voci, in programma coro di voci bianche, alle quali però in tutela dei minori, non si può rispondere per le strofe o boicottare lo spartito. 
Pronti a rifarsi una vita, alla scoperta dell'agognata e ritrovata libertà, tappa obbligata l'iscrizione a un club cittadino di single; sul pullman che porta in gita sociale ai terremotati della Valle degli Orti o del Mulino Bianco, scartando un Bacio Perugina, omaggio promozionale monodose, in controluce su carta velina si legge:
- Potrebbe fare di meglio... -
In nome dell'istinto di sopravvivenza, Madre Natura offre varie alternative: dal collezionare tentativi di suicidio allo scoutismo; dalla cucina vegetariana al cannibalismo; oltre ai corsi d'uncinetto, l'importante è comunque darsi...
All'amicizia, all'amore, al sesso... ove, soprattutto a gambe distese, finalmente regna sovrano il Caos.
Paradossalmente, la rivincita sulla vita, nell'apice in cui si sospira:
- Potrebbe fare di meglio... -
L'Altro!
Mai vendetta fu più assaporata...
Dall'ipofisi all'inguine naviga nel flipper di onde impazzite la carminia amarena di fata Birichina.
E il nocciolo? Sputato!
- Di meglio non c'è. -

mercoledì 1 maggio 2013

Gli occhi di Frugolina - fiaba



Frugolina era nata con gli occhi chiusi.
Non che fosse cieca, no, solo che non aveva mai aperto gli occhi. 
Nessuno, nemmeno la madre, conosceva il colore degli occhi di Frugolina. 
Chi diceva blu, chi verdi, chi neri, qualcuno addirittura sentenziava con tono saccente: “bianchi!”, giudizio supportato da teorie scientifiche sul non colore che li comprende tutti.
Crescendo Frugolina, che teneva sempre gli occhi ben chiusi, aveva sviluppato un sesto senso che sopperiva alla mancanza della vista. 
Sì, lei portava con somma naturalità un paio di invisibili antenne che l'aiutavano ad orientarsi nel mondo, a non inciampare per la via, a fare tutto quello che facevano gli altri bambini, quelli con gli occhi aperti.
All'inizio la mamma, il papà, la maestra, il parroco, il dottore, tutti pensarono che Frugolina avesse bisogno di un bastone o di un cane per difendersi, camminare, attraversare la strada. 
Ma ben presto si accorsero che Frugolina usava il bastone montandovi a cavalcioni come fosse un cavallo o, nel peggiore dei casi, per fare lo sgambetto a signore premurose che a tutti i costi, nonostante le sue proteste, insistevano nell'accompagnarla dall'altra parte del marciapiede.
Fu allora che la comunità pensò a un cane lupo. 
Duck venne acquistato grazie alla raccolta scolastica di montagne di carta stagnola. 
Cinque anni di maniacale collezione di uova di pasqua, che procurò alla direttrice didattica una denuncia per intossicazione collettiva da cioccolata avariata, e alla scolaresca un'ondata di dissenteria che aggravò il disavanzo delle casse comunali per opere di straordinaria manutenzione delle reti fognarie. 
Oltretutto, l'infausto atto di solidarietà provocò strascichi scandalistici a catena sulle prime pagine delle gazzette locali. 
Finto scoop sull'epidemia di salmonella scoppiata nel paese, frutto di una spettegolata del barelliere di turno al pronto soccorso e avallata dalla spiata sottobanco del bidello della scuola, talpa dopolavorista della cronaca cittadina.
Il fidato Duck, nel suo pensiero minimalista e animalista per definizione, aveva captato col suo fiuto ultrasonico le antenne di Frugolina. 
Per cui quando uscivano insieme, lui andava a cacciare il muso nel bosco in cerca di tartufi che barattava poi con succulenti bistecche di prima scelta, o si rifugiava in un cimitero di auto in demolizione da una vecchia gomma di scorta a cui s'era affezionato per fare pipì. 
Oppure seguiva l'odorosa scia di coccole dell'altra metà del cielo canino. 
E così Frugolina, leggera come libellula, correva nei prati, si arrampicava sugli alberi, rubava mele ai contadini.
Ma come faceva, direte voi, a fare tutte queste cose se stava sempre ad occhi chiusi? 
Le antenne, ragazzi, dimenticate le antenne! 
E non solo, si aiutava con l'olfatto.
Erano i profumi che l'attiravano, come ape sui fiori, e gli odori cattivi che l'avvertivano del pericolo. 
Ma non pensate che per lei profumo fosse solo quello delle boccettine, o no, profumo di buono era anche l'aroma delle lenzuola stese, il brodo di gallina della mamma, il crostino che il fornaio le regalava alla mattina... 
E l'odore brutto, quello della cattiveria, lei lo sentiva addosso alle persone, che anche se si coprivano di deodorante trasudava dai pori della pelle, e i nasi ben esercitati come il suo lo coglieva al volo!
E poi c'era il gusto. 
Con la punta della lingua assaggiava il caldo e il freddo, il dolce e l'amaro. 
Quando baciava un bambino triste per consolarlo, sentiva sulle labbra il sapore di sale delle sue lacrime.
A quanti dittatori e potenti per castigo avrebbe voluto far bere damigiane di lacrime di bambini!
E con l'udito, lei ascoltava parole, musiche, urli, risate. 
A volte il suono era troppo forte e si stringeva forte la testa tra le mani. Altre, era quasi un mormorio impercettibile. 
E allora diceva ai suoi compagni:
“Occhio ragazzi, che spesso chi soffre tanto non ha più fiato per gridare aiuto. Quindi orecchie sempre aperte e antenne ben diritte.” 
Proprio come quelle di Frugolina!
Infine teneva il tatto. 
La sensazione più bella, quel tocco magico... 
Accarezzare un cucciolo, un pulcino, la pelle di velluto di un bambino appena nato. 
Fare il contropelo a una testina di capelli rasati da poco. 
Col tatto scopriva le forme della natura, le emozioni, l'amore in ogni luogo, dimensione, spazio.
Un giorno Frugolina incontrò un uomo. 
Non era del paese. Un forestiero. 
Le offrì caramelle e la prese per mano. 
La portò nel bosco. 
Duck era a fare pipì. 
Frugolina era sola con l'uomo.
Lui le chiese:
“Perché tieni gli occhi chiusi? Hai paura di me?”
Lei gli rispose:
“Sono nata così. Con gli occhi chiusi. Ma io ho le antenne e posso dirti come sei. Sento con le orecchie che la tua voce è fredda ma non cattiva. Sento con la bocca che le tue caramelle sono dolci ma sanno troppo di zucchero. Sento con il naso che hai un odore aspro, selvatico, di muschio e terra bagnata. Sento con le mani che la tua faccia è solcata da canali riarsi. Hai bisogno di piangere.”
L'uomo pianse. 
E poi le disse:
“Io vengo da lontano. Non volevo farti del male. Volevo solo rubarti il segreto del colore dei tuoi occhi.”
Frugolina per un interminabile istante lo fissò. 
Un raggio lunare trapassò le iridi dell'uomo che cadde a terra inginocchiato.
Frugolina ritornò a casa e da quel giorno a chi le domandava il colore degli occhi, rispondeva ridendo:
“Color della luna che scappa!”.

lunedì 1 aprile 2013

La leggenda dell'eclisse di luna



- Vieni, andiamo. -
- Dove? -
- In viaggio. -
La mano si rinchiuse a valva sulla sua.
Si sedettero in riva alla spiaggia.
Raccolse una conchiglia e la portò all'orecchio.
Ogni tanto annuiva, come in una telefonata muta.
Poi cominciò a parlare:
- Vedi, tanto tempo fa c'era un ragazzino scalzo sulla sabbia. E c'era una ragazzina che disegnava soli nell'acqua.
Con la venuta delle stelle, i soli si tramutavano in dune increspate. Striscioline di carta stagnola vibranti alla voce del mare. Echi da un mondo sommerso. Mai dimenticato. Perché prima o poi si ritorna al mare. Il mare racconta.
Prendi questo legnetto, toccalo, sfregalo tra le dita. E' umido, leggine i cristalli di sale. Sai quanto ha navigato?
Viene da un bosco, da una foresta, da una quercia solitaria, è sì solo un rachitico rametto, ma trattiene un pezzo di storia, di vita. Non hai bisogno del tronco per contarne il tempo, tu ne sei l'anello.
Tuffa le mani nella sabbia, granellini ti solleticheranno, sassolini... Uno ti colpisce più degli altri. E' bello, levigato, striato di rosa. Pare una pietra preziosa.
E tu lo porterai con te, lo potrai risseppellire, scaraventare in acqua, lanciarlo in aria, ma se lo perderai, ti mancherà. Ti sembrerà di non poter aver fortuna senza di lui. Ed è solo un sassolino. Che tu però hai scelto.
Così come si amano le conchiglie, i ramoscelli, le pietruzze, tanto si adora il mare, il sole, una donna.
E' il grande mosaico della vita.
Io, uomo o donna, giovane e vecchio, amo.
Me, bambino. Te, bambina. Chi piccolo e chi grande? Mah!
E la luna stasera sorride a entrambi... Vieni, andiamo. -
- Dove? -
- Ti riporto a casa. -

venerdì 1 marzo 2013

La leggenda di Duna


Si racconta che un viandante, dopo tanto peregrinare, si perse nel deserto.
Esausto e senza forze, al sole accecante s'addormentò.
Il vento gelido della notte alzò la sabbia e lo risvegliò.
Inginocchiata accanto a lui, una figura di donna.
Le sue mani a conca gli offrivano da bere, con lo sguardo gli disse:
- Tieni, dissetati. -
Lui sfiorò con le labbra le sue mani, non sentì acqua, ma un sapore dolcissimo, rinfrescante.
- Chi sei? - le domandò.
Lei cominciò a disegnare cerchi concentrici sulla sabbia.
Al centro del più piccolo, con il dito, tracciò un punto.
Glielo indicò e sorrise.
Di giorno attraversavano il deserto, alla ricerca di ristoro. 
Cactus da dividersi con le linci.
Di notte distesi si abbracciavano, riscaldandosi ai loro stessi fremiti.
Quando il vento delle dune colmava di polvere e sabbia occhi e bocca, immobili e muti stavano, a palpebre strette, finché la tormenta cessava e a vicenda si scuotevano dai capelli i granelli di sabbia. Lievi carezze sulle ciglia.
Un giorno giunsero a un'oasi.
Si lavarono, nutrirono, e s'addormentarono alla frescura delle palme.
Al risveglio lui la guardò:
- Restiamo qui per sempre. -
Lei scosse la testa.
- Perché no? - le chiese.
Per la prima volta, gli parlò.
Narrò della vita nel deserto, di miraggi, di come il vento sollevi sabbia, e di come poi tutto ritorni sabbia.
Di quando una volta lì c'era il mare e di quando si prosciugò.
Di come nel deserto si parli con se stessi, e di come il silenzio, la distesa infinita, sia la realtà speculare, altra, del mondo.
- Nel deserto senti la sete, fino a credere di morirne. Pochi sopravvivono, c'è chi vi impazzisce, qualcuno rincorre un miraggio fino a stramazzare di sabbia dentro agli occhi, e l'ombra di un ultimo volo, gli avvoltoi.
Nel deserto sei solo, puoi dissetarti dalle mani, mai berne a sazietà.
L'oasi è un miraggio, io stessa lo sono, io sono il deserto.
E questa è la sola verità.
Non cercare il mare qui, nel deserto.
Qui trovi onde di sabbia, tempeste di sabbia, tutto è sabbia. Ora bevi per l'ultima volta e poi vai, torna nel tuo mondo. E quando avrai sete, qui troverai gocce d'acqua, mai pioggia. -
Gli prese il volto tra le mani, gli inumidì le labbra di baci.
Lui sognò il mare nel deserto.
Intorno, sabbia.

venerdì 1 febbraio 2013

Prendete i bambini


Testo teatrale, lettura interpretativa a più voci.

(Interno sera)
(Scena)
Al centro, la carcassa di un televisore con sopra un mozzicone di candela. In un angolo, il rottame di una carrozzina per bambini. Sul pavimento, di fronte al televisore, un materasso consunto, su cui giace una vecchia e sudicia bambola senza vestiti e priva di un braccio.
Una donna, avvolta in un logoro scialle nero, entra. Con un fiammifero accende la candela, si china a raccogliere la bambola. La stringe al petto, la bacia, si siede sul materasso e se la appoggia in grembo.
(da fuori campo: si ode la sigla del nuovo inno nazionale)
(voce fuori campo: uomo, speaker del telegiornale - tono professionale)
- Buonasera. Apriamo il giornale con una notizia d'agenzia appena pervenutaci. Una banda di uomini armati ha fatto irruzione in un nostro supermercato... -
(voce dello speaker in dissolvenza)
La donna raccoglie la bambola, si alza e inizia a cullarla.
(Voce della donna - Narrazione)
Era una giornata come tante al villaggio globale. Dove lavoravo, lasciavo mia figlia, facevo la spesa... Perché lì c'era proprio tutto, uffici e servizi compresi.
Avevo da poco terminato il lavoro.
Passai dal baby center per vedere se Anges fosse già sveglia. Siccome dormiva ancora, decisi di entrare al market shop.
Stavo per varcare la soglia, quando irruppero nel centro una ventina di uomini armati.
(Voce fuori campo - Uomo che grida)
- Faccia a terra! -
(Voce della donna - Narrazione)
Mi ci volle qualche istante per rendermi conto di quanto stava accadendo. D'improvviso, mi sentii afferrare un braccio e trascinare a terra. Con un impercettibile movimento del capo riuscii a dirigere lo sguardo verso la forza che mi teneva premuta la faccia sul pavimento. Vedevo un uomo sulla trentina che mi fissava minaccioso. Sentivo la sua stretta intorno al mio polso.
(Voce fuori campo - Uomo, con tono basso ma deciso)
- Non ti muovere e non fiatare! -
(Voce della donna - Narrazione)
Dall'accento si capiva che era uno straniero, appartenente all'etnia dei cosmopoliti, le popolazioni non riconosciute dal libero stato. Contratta nell'innaturale staticità del mio corpo, la mia mente rincorreva freneticamente domande, risposte, spezzoni di avvenimenti...
E mi interrogavo.
(con tono concitato)
Ma cosa vogliono? Chi sono? Perché?
(pausa - riprende con tono cantilenante)
Poi... Sentii uno di loro gridare...
(Voce fuori campo - Uomo, con tono imperioso)
- Prendete i bambini! -
(Voce della donna - Narrazione)
E tutto mi fu chiaro.
La guerra.
La guerra che massacrava uomini, donne, bambini...
In quella parte di territorio terra di nessuno, dove il quotidiano era giungere alla fine della giornata...
(pausa)
Ancora vivi.
(tono concitato, frenetico, allucinato)
E davanti agli occhi mi si proiettarono scene d'orrore: gente urlante che cadeva per le strade... un piccolo dalla gamba amputata sostenuto alla stampella...
(pausa - tono sottomesso, quasi sacrale)
L'immagine di un corpicino decapitato tra le braccia di un padre il cui grido disperato pareva echeggiasse da distanze infinite...
(pausa - tono dolente)
E le parole colte. Resoconti di massacri. Gli agghiaccianti racconti delle donne e bambine stuprate, torture, sevizie, esseri umani gettati nel crogiuolo dei maiali...
(tono in crescendo, farneticante)
E quell'uomo che mi fissava. Leggevo odio nel suo sguardo. Rabbia, rancore...
Pareva chiedermi:
(Uomo e donna a due voci)
- E tu dov'eri? Cos'hai fatto per fermare la barbarie?
Tu che continuavi a ridere, a mangiare, a vivere. Tu che condannavi questa sporca guerra, dal tuo nido protetto di pace. Tu così civile, così umana, così serena... -
(Voce fuori campo - Uomo, con rabbia)
E a me hanno bruciato la casa, hanno ammazzato i fratelli. Anch'io vivevo un tempo in una moderna città. Dove la gente lavorava, faceva l'amore, cresceva i figli... Ora, tutto è coperto di sangue. Il sangue dei miei genitori, dei miei bambini, della mia donna...
(pausa - riprende con tono più calmo)
L'ho vista, sai, la mia donna. Dopo.
(tono in crescendo - quasi urlato)
Coperta di fango, di sperma, di merda... Le gambe aperte. Un buco nero riempito di sangue. Sventrata. Ha visto i suoi figli morire. La mia bambina ha sentito implorare. Gridare.
(tono cantilenante)
E gridava, gridava, chiamava la mamma...
(lunga pausa)
Poi, più nulla. Soltanto il terrore negli occhi di morta. E il mio ragazzo, così l'ho trovato. Buttato addosso a quel corpicino... Così l'ho trovato.
(gridando)
Col collo spezzato!
(pausa - con tono implorante)
E tu, dov'eri?
(Voce fuori campo: Uomo, con tono imperioso)
- Prendete i bambini! -
(Voce della donna - con tono dolente)
Comincio a piangere, poi a singhiozzare. No! I bambini no! Non potete fare questo! Mi muovo di scatto. L'uomo mi serra il polso in una morsa d'acciaio. E mi fissa. Lo guardo, l'imploro con gli occhi, son mute parole le lacrime.
(con tono implorante)
Non prendete i bambini. Non potete fare quello che hanno fatto a voi... Mio Dio! Ma dov'è Dio? Perché proprio i bambini? Loro non hanno colpa...
(La donna stringe convulsamente la bambola a sé - con urlo straziante)
- Nooo... La mia bambina nooo... -
(Riprende a cullarla - con tono cantilenante)
E lui, mi risponde con gli occhi. E ascolto il dolore. Lo stesso vibrante che è in me. Infiniti perché, cercando una ragione alla follia, quando ragione alla follia non c'è.
(pausa)
E lui mi racconta, tacendo, di sé. E' come incontrarsi al caffè. E se non fosse per questa guerra assurda, forse, ci saremmo potuti incontrare davvero a bere un caffè. A parlare del tempo, del governo, di vita e speranza...
(pausa)
Ma qui, adesso, Dio è morto. Ogni speranza dispersa, la vita stessa, finita.
(La donna stringe forte al petto la bambola - con tono allucinato)
Vedo passare un uomo che tiene in braccio la mia bambina. Vorrei chiamarla. Mi esce solo pianto. Penso che non le hanno messo neppure la vestina. E' appena guarita dall'influenza... Come faranno a curarla, a cullarla?
(pausa)
Oramai singhiozzo solamente. E l'uomo mi stringe più forte la mano.
(con tono trasognato)
Sì... Adesso la mano! E nei suoi occhi non leggo più odio, rabbia, rancore. Mi stringe la mano per farmi coraggio. Mi stringe la mano come fosse il mio uomo, il padre dei miei figli... E mi sta tenendo forte la mano, come alla donna che ha partorito i figli suoi.
(pausa - carica drammatica)
E io mi ci aggrappo, a questa sua mano. Come un'ultima speranza di vita. D'umanità.
La donna scruta lontano. Tiene la bambola appiccicata al seno quasi a soffocarla. Con voce cantilenante, pare che sussurri una ninna nanna:
- E seguo con lo sguardo i camion che portano via i bambini. La mia bambina... L'Uomo. -
(Voce fuori campo: uomo, lo speaker del telegiornale - tono enfatico)
- Per questa sera è tutto. Vi auguriamo la buonanotte e arrivederci a domani. -
(da fuori campo: in sottofondo, risuona l'inno nazionale)
La donna si volta lentamente. Teneramente adagia la bambola sul materasso. La copre con lo scialle. Con un soffio, spegne la candela.

Sipario

martedì 1 gennaio 2013

Utopia parole in libertà - Epilogo

ERATIJARITJAKA è un'arcaica espressione poetica che nella lingua degli Aranda significa: “Anelando con tutto il cuore a qualcosa che è andato perduto”.
Si può anelare ad un amore, a una idea, a un’utopia.
Io anelo alla comunicazione vera, all’informazione libera, a un mondo di uguaglianza.

Se, come per magia, le mie parole divengono emozioni, ringraziami così:
ERATIJARITJAKA.

- La ricerca della libertà è l’unica forza stimolante che conosca.
Libertà di volare in quell’infinito là in alto; libertà di dissolversi; libertà di distaccarsi da tutto; di essere come la fiamma di una candela che, nonostante il paragone con la luce di miliardi di stelle, rimane intatta perché non ha mai finto di essere più di quanto non fosse: solo una candela. -  
(Carlos Castaneda - L’arte di sognare)